
Daniele Lanza
In un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d'avorio ed infine a ridefinire un'identità - quella europea - in dubbio da quasi 80 anni.
Le notizie delle ultime settimane lasciando intravedere spiragli di qualcosa: un qualcosa che è ancora troppo presto per definire, ma in cui molti sperano. Una risoluzione del conflitto che infiamma il fianco orientale d'Europa potrebbe vedere una svolta (si mormora) eppure più tale ipotesi si avvicina, più si percepisce un'ansia generalizzata, come un nervosismo inesprimibile che pervade la classe politica al comando delle istituzioni europee, a tutti i livelli, ma soprattutto a quelli più alti. Lo spaventoso paradosso lo si può articolare in modo assai semplice: c'è paura della pace.
La classe dirigente europea, anzichè remare in direzione di una soluzione definitiva, a lungo termine, del conflitto in Ucraina, al contrario esterna tutta una serie di dubbi e ostilità ad ogni compromesso da far quasi credere nell'esistenza di un avversione a tale pace: in breve, le istituzioni europee nel momento più critico dell'ultimo lustro, esprimono qualcosa di indicibile che di certo non si addice allo spirito dei padri costituenti della comunità europea, votati a edificare una cultura sovranazionale basata sul compromesso, sulla reiezione del nazionalismo e sulla diplomazia. La verità è che siamo di fronte ad un nodo di grandissime proporzioni: il conflitto in Ucraina, sebbene limitato dal punto di vista prettamente geografico, ha effetti geopolitici di grande portata che ridefiniscono gli equilibri di potere ereditati dalla caduta del muro di Berlino. In un contesto come questo, sorgerà una delle domande più difficili: quale destino per l'Europa ? Un continente uscito azzerato dal secondo conflitto mondiale, risorto e fiorito economicamente fino al massimo splendore nelle generazioni post-belliche, pur rimanendo perennemente "monco" ovvero privo di una propria politica di difesa (così come di una propria politica estera indipendente da quella di Washington). I suoi leader si trovano ad affrontare ora qualcosa di mai visto prima nell'esperienza dell'Europa politica, ovvero l'assumersi di una responsabilità storica: in questo caso quella di un insuccesso, nel prevenire e gestire una grande guerra convenzionale ai margini del proprio continente, aver preso decisioni avventate ed ora ritrovarsi messi da parte constatando una propria sconfitta sul campo contro il rivale identificato con Mosca. Per poter comprendere tutto questo occorre tuttavia fare qualche passo indietro e riflettere su cosa sia la leadership europea, cosa rappresenta e come si è formata. Innanzitutto occorre rendersi conto che la classe dirigente europea è forse l'elite più saldamente insediata e meno "sfidata" sulla faccia del pianeta facendo i conti: siedono sul trono di un continente pacificato, vale a dire senza velleità di potenza o nemici naturali da cui doversi difendere, estremamente prospero (a differenza degli USA per 70 anni non ha affrontato vere spese militari), le cui elite sociali di riferimento - anziane e benestanti - non danno problemi particolari. Una torre di avorio unica sul pianeta, che per la prima volta nella sua esistenza ha subito una scossa: la crisi geopolitica che abbiamo visto in questi anni - ancora in corso - primo grande conflitto europeo del XXI secolo (in realtà il primo dal 1945 ad oggi su questo continente) costituisce anche la prima vera sfida alla classe politica europea: quest'ultima in 70 non ha mai dovuto vedersela con un vero nemico, con nulla che potesse mettere alla prova la propria prerogativa al "trono" il loro diritto "sacro" al comando.
Si può dunque dire questo a buona ragione: le circostanze odierne sono un inedito banco di prova per tutti costoro, un momento della verità per tutto l'estabilishment politico emerso in Europa dai tempi dell'ultimo conflitto mondiale in poi (il carosello di forze liberal-democratiche, cristiano-democratiche/democristiane, social-democratiche, ecologiste tipiche del panorama partitico occidentale post-bellico): il cosiddetto "arco costituzionale" europeo consolidatosi nel corso di generazioni con il placet d'oltreoceano ossia con la condizionale delle fedeltà indiscussa alle direttiva politiche di Washington.
Ora, tale classe si è messa in un pasticcio più grande di sè stessa senza rendersene conto: ha sfidato una potenza militare (malgrado tutto, la Russia questo ancora è) con la sicurezza assoluta di un successo nonchè di un grande fratello a stelle e strisce, pronto ora e sempre all'intervento in supporto degli alleati. Questi ultimi, mai si sono resi conto della propria funzione di satelliti rispetto al potente alleato ed ora si ritrovano soli a dover gestire un evento per loro ingestibile: un grande conflitto convenzionale che non possono vincere, il cui insuccesso può essere la miccia di una situazione sociale a casa propria già ai limiti per altre ragioni. Per riassumere in altre parole, la classe dirigente europea che oggi osserviamo, si ritrova per la prima volta sul banco degli imputati (assieme al governo di Kiev): i governanti europei nella propria animosità nei confronti di Mosca, si sono esposti oltre il limite massimo fino a trovarsi ora in un vicolo cieco, considerando che la prova di forza che hanno voluto non può essere vinta, ma al tempo medesimo non si può tornare indietro. L'Europa politica - quella di Bruxelles - si è gravemente compromessa, fomentando nelle proprie opinioni pubbliche paure infondate ed isterismi al fine di creare artificialmente un consenso attorno a prese di posizione antirusse e far accettare un coinvolgimento nel conflitto ucraino costato ai contribuenti centinaia di miliardi di euro, a danno delle proprie economie e pace sociale. Il nodo più inconfessabile è proprio questo: si è voluto inventare un "grande nemico" (in realtà inesistente) cui addossare responsabilità di ogni colpa, di ogni male sociale che affligge l'occidente europeo, per non dover affrontare le proprie di responsabilità; in fondo nulla di strano, un meccanismo esistente da secoli ovvero cercare di convogliare le energie sociali verso l'esterno (dandogli un bersaglio, un nemico) per evitare che queste ultime identifichino il problema del male sociale verso l'interno vale a dire nei propri stessi governanti. La riprova di questo si è manifestata in maniera eclatante tanto in Francia quanto in Italia nelle ultime settimane, sotto forma di una protesta di piazza come non se ne vedevano da decenni, che ha costretto la capitale francese allo stato di emergenza per la prima volta da una generazione a questa parte. In Francia come in Germania si è alle porte del successo di forze non convenzionali, alternative nel contesto politico europeo, come Fronte nazionale (ora RN) oppure Alternative fur Deutschland (AFD) che sono sempre meno contenibili: la classe dirigente di Bruxelles - di matrice liberaldemocratica - di questo ha timore e non vi è modo di arginare la "marea sovranista" se non con una "vittoria contro le autocrazie" che però non può esserci nel mondo reale. La responsabilità storica dell'UE è di aver ceduto ad un idealismo che ignora ogni regola di realpolitik, facendosi tutt'una col mito di una superiorità etica inesistente e non applicabile nella realtà oggettiva: atteggiamento che ha finito col danneggiare e addirittura mettere in pericolo la propria base sociale.
In definitiva sì, la conclusione del conflitto ucraino mette in tensione perchè costringe ad una resa dei conti inedita nella politica interna delle pricipali economie europee: una classe dirigente che verrà soppesata e valutata di fronte all'opinione pubblica, scontando il tutto con una potenziale catastrofe elettorale neigli anni a venire che rischia di sostituirla. Proprio a tale proposito, di recente il sociologo ed editorialista italiano Alessandro Orsini ha lanciato una provocazione direttissima, affermando che la Russia di V. Putin in un certo senso sta contribuendo ad una futura "rivoluzione" europea, dal momento che la socnfitta del regime di V. Zelensky può comportare anche il declino rapido di tutta la corrotta classe al potere a Bruxelles che ha legato le sue sorti all'esito alle sorti dell'Ucraina. Quindi, in un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d'avorio ed infine a ridefinire un'identità - quella europea - in dubbio da quasi 80 anni.