
Daniele Perra
Alla luce del recente rituro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all'Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell'Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.
La morte di Faysal nel 1933 e la successione del figlio Ghazi aprirono la strada a tutta una serie di colpi di Stato militari che segneranno la storia successiva dell'Iraq. Il primo avvenne nel 1936 e si limitò ad una sostituzione ai vertici del potere politico. Con il passare del tempo, inoltre, la stessa monarchia divenne fonte di preoccupazione per Londra, visto che Ghazi iniziò a mostrare simpatie per la causa palestinese e per la Grande Rivolta anti-britannica ed anti-sionista scoppiata in Palestina sempre nel 1936. A ciò si aggiunga che iniziò a rivendicare la sovranità irachena sul Kuwait e ad incoraggiare gli elementi filo-tedeschi dell'esercito.
Ghazi morì in un incidente d'auto piuttosto sospetto nel 1939. Data la minore età del figlio del defunto sovrano, lo zio Abdul-Ilah (dalle note simpatie inglesi) venne nominato reggente. Ma il movimento di opposizione alla presenza britannica rimase ancora vivo. Questo aveva al suo interno due tendenze distinte: una apertamente panarabista (ideologia che in quel periodo muoveva i primi passi e che in Iraq si diffuse tramite il circolo panarabo Muthana di Baghdad e successivamente tramite il Partito Ba'ath) e l'altra specificamente nazionalista irachena. "La sua tesi di fondo - riporta Thabit A. J. Abdullah - era che, lungi dall'essere una mera creazione del colonialismo, il Paese e il suo popolo avevano radici che affondavano nell'Antica Mesopotamia e negli albori della civiltà [...] I nazionalisti iracheni focalizzavano la loro attenzione anzitutto sui problemi interni del Paese, quali lo sviluppo urbano e le condizioni oppressive che dominavano nelle aree rurali. Il nazionalismo iracheno ebbe un certo successo nell'attirare sostegni anche al di fuori della cerchia araba sunnita".
A queste tendenze si aggiunsero il Partito Comunista Iracheno (PCI), di stampo marcatamente filo-sovietico e di gran lunga l'organizzazione di opposizione più strutturata, e diversi gruppi nazionalisti curdi (il gruppo legato alla famiglia Barazani, di ispirazione sufi/naqshbandi, assunse un ruolo di primo piano a partire dagli anni '30).
Quando, nel 1939, iniziò la Seconda Guerra Mondiali, alcuni ufficiali dell'esercito vi videro una irripetibile occasione per sbarazzarsi una volta per tutte della monarchia e degli inglesi. Gli istinti di rivolta vennero ulteriormente nutriti dall'arrivo a Baghdad del Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husayni, costretto a lasciare la Palestina dopo la repressione della Grande Rivolta del 1936-1939.
Nell'aprile del 1941, con l'appoggio dell'esercito, Rashid 'Ali al-Gaylani, noto politico nazionalista con più di una simpatia per la Germania nazionalsocialista, venne eletto Primo Ministro. Questi, sperando nell'appoggio delle forze dell'Asse, provocò una crisi rifiutando ai Britannici il transito nel territorio iracheno come stabilito dal Trattato del 1930. Nuri al-Sa'id ed il reggente Abdul-Ilah abbandonarono il Paese. Tuttavia, il mai giunto sostegno di Italia e Germania (notevole errore strategico per Roma e Berlino che si rifletterà sul continuo del conflitto), consentì agli inglesi una facile vittoria contro le forze irachene ed una nuova occupazione militare del Paese fondamentale, insieme al vicino Iran (anch'esso sottoposto ad occupazione anglo-sovietica), per l'approvvigionamento petrolifero dell'esercito e lo sforzo bellico contro l'Asse.
Nonostante il fallimento, l'esercito guadagnò notevole popolarità come avanguardia della lotta nazionale contro quel pernicioso colonialismo britannico che impose da subito il ritorno del monarca reggente e del fidato Nuri al-Sa'id. I due, nel 1943, arrivarono a dichiarare guerra alla Germania mentre, al termine del conflitto, contribuirono alla formazione della Lega Araba (1945) e, successivamente (1955), acconsentirono all'ingresso del Paese nel cosiddetto "Patto di Baghdad" che avrebbe dovuto rappresentare il nucleo di una NATO mediorientale per Londra e Washington.
Gli anni dopo il conflitto furono segnati dal crescente malcontento della popolazione nei confronti dell'istituzione monarchica percepita come sempre più distante dai reali interessi nazionali Un sentimento che si manifestò in una nuova ribellione scaturita nel 1948 (e guidata in larga parte dal PCI) a seguito di un nuovo trattato anglo-iracheno, e nel risentimento verso il ruolo meramente simbolico del contingente iracheno inviato in Palestina. La commercializzazione capitalistica dell'agricoltura, inoltre, aveva ridotto in miseria oltre un milione di contadini su una popolazione totale di sei milioni. Questi furono costretti a migrare verso le città dove si ammassarono in baraccopoli fatiscenti e vennero esposti all'influenza dei partiti di opposizione che trovarono terreno fertile di fronte alle sempre più vistose differenze di classe. Una situazione stigmatizzata nei versi del poeta sciita Muhammad Mahdi al-Jawahiri, profondamente ammirato anche dall'attuale Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Ali Khamenei. Uno dei suoi più celebri componimenti recita così: "Dormite affamati dormite ! Gli dei del cibo vegliano su di voi. Dormite se non siete saziati dall'insonnia, allora il sonno vi sfamerà".
La convinzione che il loro governo fosse corrotto e servo dell'imperialismo (e che le politiche dello stesso avessero impedito un reale sostegno alla causa dei fratelli arabi in Palestina) portò molti giovani ufficiali ad assumere posizioni sempre più radicali che trovarono riscontri nel successo della rivoluzione degli Ufficiali Liberi in Egitto. Tra la fine degli anni '40 e l'inizio degli anni '50, inoltre, la popolazione ebraica dell'Iraq, sottoposta a crescenti pressioni sia interne (ostilità crescente della componente araba) sia esterne (desiderio sionista di ampliare rapidamente il bacino demografico della neonata entità coloniale in Palestina), abbandonò in massa le città irachene.
A seguito del rovesciamento del governo nazionalista di Mossadeq in Iran (1953) ad opera di CIA ed MI6 e dell'aggressione congiunta anglo-francese-israeliana all'Egitto del 1956, la situazione per la monarchia irachena si fece ancora più complicata. Un movimento segreto interno all'esercito (guidato da Abdul-Karim Qasim, o Kassem) decise così di emulare l'avventura nasseriana in Egitto e, nel 1958, rovesciò il Re.
Il colpo di Stato venne organizzato con estrema cura e realizzato con rapidità ed efficacia anche grazie ad un enorme sostegno popolare che lo caratterizzò come reale "rivoluzione". Il Proclama n. 1 dell'esercito dichiarava: "Nobile popolo dell'Iraq, confidando in Dio e con l'aiuto dei figli del popolo e delle forze armate nazionali, ci siamo impegnati a liberare la nostra amata Madrepatria dalla cricca corrotta installata dall'imperialismo [...] L'esercito è fatto di voi e per voi ed ha messo in atto quanto voi desideravate [...] Ci appelliamo quindi a voi perché vogliate denunciare alle autorità tutti i criminali, i traditori e i corrotti in modo che possano essere estirpati alla radice".
La mattina del 14 luglio 1958, il Re, il reggente e gran parte della famiglia reale erano già stati passati per le armi. La mattina seguente lo stesso destino toccò a Nuri al-Sa'id.
La celerità con la quale venne spazzata via la monarchia non venne accompagnata da una notevole chiarezza sul futuro istituzionale dell'Iraq. Kassem (di origine mista sunnita-sciita) cercò di imporre un carattere secolare alla nuova Repubblica binazionale (araba e curda). Allo stesso tempo, i tradizionali rapporti agricoli vennero sovvertiti in favore delle classi contadine più povere, mentre il settore petrolifero venne progressivamente nazionalizzato. Nel 1959 il Paese si ritirò dal Patto di Baghdad; strinse forti legami con l'URSS e la Repubblica Popolare di Cina ed iniziò a prestare consistenti aiuti alla causa palestinese.
Tuttavia, le forze più rigidamente conservatrici e filo-occidentali (grandi proprietari terrieri, capi tribali e monarchici di varia natura) riuscirono a trarre vantaggio dalle spaccature interne al comunque eterogeneo nuovo governo repubblicano e favorirono la crescente distanza tra le due più importanti figure dell'Iraq post-rivoluzionario: Kassem ed il suo vice Abdul-Salam 'Arif.
Già alla fine del 1958, aiutato da alcuni capi tribali, Rashid 'Ali al-Gaylani (protagonista del movimento nazionalista del 1941) tentò di organizzare un nuovo colpo di Stato. Nel 1959, invece, Kassem dovette superare un nuovo tentativo di golpe partito dai pressi di Mosul ed un tentativo di assassinio organizzato da alcuni membri del Partito Ba'ath (tra cui spiccava un giovane Saddam Hussein).
Nel 1961, infine, Kassem tentò di annettere il Kuwait dopo l'indipendenza formale che la Gran Bretagna concesse al piccolo emirato. Questo gesto, accompagnato dalla crescente influenza comunista sul suo governo, lo isolò ancora di più sul piano regionale. E nonostante la sua reputazione di guida integerrima (che mai si servì del potere per arricchimento personale) il suo destino era comunque segnato. Un nuovo colpo di Stato organizzato dal Ba'ath ed alcuni ufficiali delusi dell'esercito ('Arif in primis) portò al rovesciamento di Kassem nel febbraio 1963. L'obiettivo del golpe era in primo luogo l'eliminazione dei comunisti. A questo scopo il Ba'ath diede vita ad un corpo paramilitare (la Guardia Nazionale) che condusse una campagna estremamente violenta per arrestare e perseguire i simpatizzanti del PCI. Lo stesso Kassem, insieme ad alcuni suoi fedelissimi, venne fucilato. E nelle prime settimane del colpo di Stato si poterono contare tra le 3.000 e le 5.000 vittime.
Tuttavia, anche il connubio tra Ba'ath e 'Arif non durò a lungo. Con il secondo che, alla fine del 1963, estromise i membri del Partito dal governo e diede vita ad un regime strettamente militare. Allo stesso tempo, però, la svolta anti-ba'athista di 'Arif sancì in modo determinante la successiva evoluzione del Partito di origine siriana in Iraq. Di fatto, molti ba'athisti sunniti riuscirono a scampare alle misure repressive grazie alla loro vicinanza con gli alti ufficiali dell'esercito, anch'essi in larga maggioranza sunniti. Cosa che facilitò l'ascesa alla guida dello stesso Ba'ath di una ristretta cerchia di persone che proveniva dal cosiddetto "triangolo sunnita" a nord di Baghdad, ed in particolare dall'area di Tikrit. I due uomini protagonisti di questa peculiare riorganizzazione del Partito furono Hassan al-Bakr ed il già citato Saddam Hussein.
Il regime militare di 'Arif si rivelò più instabile di quello di Kassem e non riuscì a risolvere uno dei problemi fondamentali che portarono alla caduta di quest'ultimo: la questione curda. I curdi, di fatto, si sentivano estranei ai progetti panarabisti dei nuovi governi iracheni e, da lungo tempo, le aree dove erano maggioranza rappresentavano fonte di preoccupazione per il governo centrale, anche per la crescente infiltrazione dei servizi segreti di altri Paesi (Turchia, Iran, Israele, Gran Bretagna, USA). Per tutti gli anni '60, infatti, il nord dell'Iraq fu teatro di combattimenti ad intensità variabile tra milizie indipendentiste (sostenute più o meno apertamente dallo Shah iraniano) e l'esercito iracheno. Sempre in questi anni, inoltre, iniziarono ad aprirsi alcune crepe (in parte ideologiche ma soprattutto tribali) all'interno dello stesso movimento curdo con la divisione tra il gruppo Barazani e quello guidato da Jalal Talabani.
Nonostante ciò, il nuovo colpo di Stato ba'athista del 1968 contro il regime degli 'Arif (Abdul Rahman, fratello di Abdul-Salam, sostituì quest'ultimo dopo la sua morte in un incidente di elicottero nel 1966) fu soprattutto prodotto dell'esito del conflitto arabo-israeliano del 1967 che determinò in parte la fine del sogno panarabista.
Al momento del golpe, il Partito di al-Bakr e Saddam era ancora privo di un'ampia base sociale. Tuttavia, riusciva a sopperire a questo fatto con una notevole organizzazione e preparazione politica (del tutto simile ai Bolscevichi russi nel 1917). Lo stesso al-Bakr, in modo da impedire nuove divisioni, diede a Saddam Hussein il compito di creare un ramificato apparato di sicurezza interna che avrebbe dovuto vigilare sull'unità. Questo, tuttavia, nel lungo periodo, divenne la base del potere di Saddam nel Partito e, più in generale, nell'intero Paese. La repressione post-golpe, ancora una volta, fu estremamente dura e riguardò principalmente i comunisti. Cosa che comunque non impedì alla pragmatica Unione Sovietica di stringere importanti trattati di cooperazione e amicizia con l'Iraq. La questione curda, inoltre, venne momentaneamente congelata da un accordo tra il governo ed il clan Barazani che prevedeva l'istituzione di una regione autonoma dotata di un proprio parlamento eletto.
Sotto molteplici aspetti, e nonostante la violenta eliminazione di ogni forma di opposizione, il governo ba'athista ottenne notevoli successi in campo economico e sociale aiutato dal notevole incremento delle entrate petrolifere seguito alla nuova crisi arabo-israeliana del 1973 ed al successivo embargo operato dai Paesi dell'OPEC. Alla fine degli anni '70, l'elettricità era largamente diffusa anche alle zone rurali; l'accesso ai servizi sanitari raggiunse livelli impensabili solo un decennio prima; e la mortalità infantile diminuì in modo considerevole.
Nel 1974 fu approvata una legge che garantiva a tutti il diritto al lavoro. E dato che la maggior parte del lavoro "garantito" era all'interno del settore statale, quasi la metà dei nuclei familiari iracheni dipendeva direttamente dallo Stato. Cosa che permise allo stesso Stato di estendere in modo capillare il proprio controllo sulla società. Anche l'esercito fu notevolmente potenziato sia nel numero degli effettivi, della logistica e degli armamenti (grazie all'introduzione di tecnologia sovietica e francese), sia in ambito puramente ideologico. Questo, infatti, venne sottoposto ad un martellante indottrinamento ba'athista che prevedeva la liquidazione di tutti gli elementi ritenuti sleali. Lo stesso indottrinamento riguardò la pubblica amministrazione, le università e le scuole al preciso scopo di creare un individuo slegato dai legami familiari e votato alla "rivoluzione". Nelle parole di Saddam: "Per impedire che il padre e la madre dominino la famiglia con la loro arretratezza, dobbiamo fare in modo che i piccoli irradino la luce interiore [...] Dovete accerchiare gli adulti attraverso i loro figli [...] Insegnate allo studente a riprendere severamente i suoi genitori se li sente discutere segreti di Stato e ad ammonirli che ciò è scorretto [...] Dovete piazzare in ogni angolo un figlio della rivoluzione con un occhio fidato e uno spirito fermo che riceve le sue istruzioni dal centro responsabile della rivoluzione".
L'aumento delle entrate petrolifere portò anche ad un'apertura dell'Iraq verso Occidente. Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti, ad esempio, aumentarono in modo ragguardevole, sebbene i due Paesi non avessero rapporti diplomatici. Mentre, la recrudescenza del conflitto nel Kurdistan venne sedata grazie all'inaspettato accordo di Algeri tra l'Iraq e l'Iran del 1975 che sanciva l'interruzione degli aiuti iraniani ai gruppi indipendentisti.
Così, quando Saddam Hussein salì al potere nel 1979 a seguito delle dimissioni di al-Bakr (ufficialmente, per motivi di salute), l'Iraq poteva essere tranquillamente considerato come la principale potenza araba.
La storia dell'Iraq sotto Saddam si lega indissolubilmente a diversi atti di aggressione, alcuni portati avanti dallo stesso regime ba'athista, altri subiti. In primo luogo, l'avvento al potere di Saddam si contraddistinse immediatamente per un nuovo deterioramento dei rapporti tra Siria e Iraq, allora entrambe dominate dal Partito Ba'ath. Tuttavia, se in Siria la struttura del Partito guidato dall'élite alauita di Hafez al-Assad - nonostante le frizioni (in parte anche eterodirette dall'esterno) con la Fratellanza Musulmana - riuscì a svolgere il ruolo di camera di compensazione tra le richieste delle tribù sunnite e quelle delle minoranze etniche e religiose; in Iraq, il rapporto tra il centro del potere (egemonizzato dai sunniti) e la periferia (curda o sciita) fu segnato da subito da controllo e repressione sistematica. Il primo provvedimento di Saddam, di fatto, fu l'epurazione di larga parte dei funzionari statali e degli ufficiali dell'esercito accusati, in diretta televisiva, di essere parte di un fantomatico "complotto siriano". A questo proposito, inoltre, non è errato affermare che in quel periodo, dopo l'accordo di pace tra Egitto e Israele, Siria e Iraq fossero nuovamente in gara per ottenere la guida effettiva del mondo arabo.
Ad ogni modo, l'evento che più di ogni altro caratterizzò i primi dieci anni al potere di Saddam Hussein fu la guerra con la neonata Repubblica Islamica dell'Iran. Questa, naturalmente, merita l'apertura di una breve (ma approfondita) parentesi.
Non si può comprendere il conflitto tra Iran e Iraq utilizzando esclusivamente i filtri del settarismo e, nello specifico, di uno scontro tra sunniti e sciiti. Certo, il fatto che questo conflitto si sia svolto lungo la linea di faglia tra l'Islam sunnita e quello sciita rende difficile fornire delle interpretazioni che non tengano in considerazione questi fattori. È altresì fuori di dubbio che l'affermazione del khomeinismo in Iran abbia prodotto un notevole dissesto negli equilibri geopolitici regionali. Il timore che il messaggio rivoluzionario venisse esportato al di fuori dei confini dell'Iran ha per lungo tempo angosciato gli animi dei vertici politici delle monarchie del Golfo (di Arabia Saudita in primis, che, alla pari dello Shah, fondava la sua legittimità sulla mera protezione degli Stati Uniti d'America, ma anche delle nuove realtà di fresca "indipendenza").
Tuttavia, come si è sottolineato, la preoccupazione principale, tanto per l'Iraq ba'athista quanto per sauditi e consimili, era rappresentata dalla lotta per l'egemonia sul mondo arabo (per Saddam) e sul mondo islamico in generale per ciò che concerne Teheran e Riyad. Ed a questa lotta per l'egemonia si doveva necessariamente attribuire una legittimazione ideologica e/o religiosa. E se da un lato vi era una Guida che faceva aperti richiami alla tradizione islamica, fornendo precisi riferimenti teologici al suo operato (per quanto sottoposto a feroci critiche anche da parte di altri sapienti sciiti), dall'altro, vi erano uno Stato che si richiamava (più o meno artificiosamente) al messaggio panarabista ed una monarchia che propagava una forma eterodossa ed a-culturale dell'Islam (quel wahhabismo che lo stesso Khomeini, per le sue affinità con il puritanesimo, definiva come "l'Islam americano").
Già a partire dal finire dagli anni '60, il governo militare di Baghdad sostenne la creazione di un'organizzazione paramilitare nota con il nome di Jabhat at-Tahrir (Fronte di Liberazione) che si proponeva l'obiettivo di "liberare" ed annettere all'Iraq le città di Khorramshahr, Ahvaz e l'intero Khuzestan (o Arabistan, per le autorità di Baghdad). La tensione aumentò ulteriormente nel 1971, quando lo Shah, in cambio del riconoscimento dell'indipendenza del Bahrein (territorio storicamente legato all'Iran) fino ad allora sotto protettorato britannico, ottenne la sovranità su alcune isole (Tomb e Abu Musa) che l'Iraq considerava parte integrante della Nazione araba e che la stessa Gran Bretagna avrebbe preferito attribuire agli Emirati Arabi Uniti. Le scaramucce di frontiera che ne seguirono e le continue rivendicazioni e provocazioni su entrambi i lati portarono a nuovi tentativi di mediazione da parte delle Nazioni Unite e dell'OPEC. Proprio grazie all'OPEC (e ad un intenso lavoro diplomatico dell'Algeria di Houari Boumédiène) si giunse alla "Dichiarazione di Algeri" del 1975 che prevedeva i seguenti punti:
- Le parti riconoscevano il confine terrestre stabilito dall'accordo di Istanbul del 1913;
- le parti riconoscevano come confine fluviale nello Shatt al-Arab (Arvand) quello che era stato stabilito nel 1937;
- le parti si impegnavano a mantenere l'ordine nei propri ambiti di competenza e ad evitare reciproche attività intimidatorie;
- il riconoscimento di questi punti implicava la non revisione degli accordi e qualsiasi prevaricazione veniva considerata una violazione dello spirito della dichiarazioned.
Ora, nel momento in cui Saddam Hussein rigettò la Dichiarazione di Algeri (approfittando della situazione di caos interno determinata dalla Rivoluzione Islamica in Iran) i suoi obiettivi di lungo periodo erano abbastanza chiari:
- l'egemonia politico-economica sul Golfo Persico (qualcosa che successivamente lo porterà ad invadere il Kuwait per rendere più agevole l'accesso iracheno al mare);
- il controllo totale sullo Shatt al-Arab;
- il controllo sul Khuzestan ricco di petrolio;
- limitare la penetrazione delle idee della Rivoluzione Islamica in Iraq (la popolazione sciita irachena, sebbene maggioranza, era sempre governata da una élite quasi totalmente sunnita che mise a morte in gran segreto l'importante ayatollah Baqir al-Sadr nei primi mesi del 1980);
- impedire che l'Iran potesse riemergere come potenza regionale.
Saddam, inoltre, pensava ad un conflitto limitato da combattere in determinate località, non pensava di combattere un conflitto totale e quasi esistenziale. Allo stesso tempo, nonostante l'ordine di attacco, sostenne di essere impegnato in una guerra difensiva: ovvero, di autodifesa della propria sovranità territoriale dalle maligne intenzioni degli ayatollah iraniani. In realtà, se è vero che l'Iran aveva appoggiato il partito di opposizione al regime di Saddam al-Da'wa (e pesantemente attaccato lo stesso Saddam definendolo un fantoccio delle potenze imperialiste - va da sé che le potenze imperialiste, secondo i canoni khomeinisti, erano sia l'URSS che gli USA), è altrettanto vero che l'Iraq, come già riportato, forniva da tempo armi ai ribelli arabi del Khuzestan e già prima del 1980 aveva sferrato alcuni attacchi oltre la frontiera. Ancora, è altresì curioso notare come sia Iraq che Iran, per tutto il corso della guerra, utilizzarono le rispettive minoranze curde come pedine nel conflitto per nuocere all'avversario.
Dunque, il 22 settembre 1980, l'Iraq lanciò incursioni aree contro dieci importanti aeroporti e basi iraniane e attaccò il territorio della Repubblica Islamica in tre punti del confine (al nord, al centro ed al sud). Inizialmente, Baghdad ottenne alcuni limitati successi, sebbene a costo di gravi perdite come nel caso della conquista di Khorramshahr. Ad Abadan (centro di importanti raffinerie petrolifere), invece, le forze irachene incontrarono un'accanita resistenza e dovettero affrontare un lungo assedio. Così, mentre Saddam pensava di porre fine alla guerra entro l'inverno, a dicembre, l'Iraq era riuscito ad occupare solo alcune parti del Khuzestan per una combinazione di meriti difensivi iraniani (questi, anche se sorpresi dall'invasione, riuscirono ad organizzare rapidamente una forte resistenza attraverso l'utilizzo combinato di esercito regolare - nonostante le ampie purghe subite dopo la deposizione dello Shah - Guardie Rivoluzionarie ed unità di polizia e volontari) e demeriti iracheni. Gli ufficiali ba'athisti, infatti, commisero diversi errori grossolani determinati sia dalla mancanza di esperienza, sia dal fatto che sotto Saddam non si diventava ufficiali per meriti sul campo ma per la cieca lealtà allo stesso Rais e per l'appartenenza al suo clan tribale (legato all'area vicino a Tikrit).
Per ciò che concerne l'Iran, la guerra determinò le prime frizioni tra i vertici religiosi e quelli prettamente politici della Rivoluzione (un qualcosa che si era già manifestato nel corso della crisi degli ostaggi all'ambasciata USA). Nel giugno 1981, il Presidente e comandante in campo delle forze iraniane Abolhassan Banisadr venne esonerato dal suo incarico. E, a partire dal settembre 1981, gli iraniani iniziarono una controffensiva che l'estate successiva portò gli iracheni ad abbandonare le posizioni sin lì conquistate.
A questo punto, di fronte ad una evidente disfatta, Saddam si dichiarò pronto a negoziare una tregua, ma l'Iran (che nel mentre aveva acquisito una notevole confidenza) iniziò a richiedere condizioni eccessive come la destituzione dello stesso regime ba'athista. Così, nel luglio 1982, i vertici militari della Repubblica Islamica, facendo proprio il motto khomeinista che vedeva la liberazione di Baghdad come indispensabile per la liberazione di Gerusalemme, scelsero di avanzare in territorio iracheno per spingere al rovesciamento del Rais. Tuttavia, nonostante la scelta di indirizzare l'offensiva verso una regione a maggioranza sciita (in modo da scatenare un sollevamento popolare contro Saddam), questa non ottenne risultati particolarmente decisivi, portando ad un sostanziale stallo del conflitto che si protrarrà per diversi anni (salvo alcuni importanti successi iraniani del 1986) tra lo sgomento della cosiddetta "comunità internazionale" incapace di reagire anche di fronte agli attacchi sui civili (ai bombardamenti indiscriminati sulle città iraniane, senza particolari obiettivi militari) ed al reiterato uso di armi chimiche da parte delle forze di Saddam.
A questo proposito, è interessante notare come l'ONU - sebbene avesse condannato l'utilizzo delle armi chimiche nel conflitto - in diverse risoluzioni, nonostante l'evidenza che ne mostrava l'utilizzo da parte delle truppe irachene, non faceva mai aperto riferimento all'Iraq (questo per il sostegno incondizionato, o quasi, di cui il regime di Saddam poteva godere presso molti Paesi occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia). Proprio l'appoggio statunitense all'Iraq merita un discorso a parte, visto che nello stesso periodo erano impegnati sia nella fornitura di armi al gihad antisovietico in Afghanistan, sia in America Latina per contrastare le forze "comuniste" in Nicaragua, El Salvador e Colombia. La "dottrina Carter", in questo caso, prevedeva un intervento diretto USA nel Golfo Persico solo in caso di minaccia contro un alleato degli Stati Uniti o di minaccia contro gli interessi diretti degli Stati Uniti nella regione. Sono ben note le vicende che portarono allo svelamento dello scandalo Iran-Contras ed all'operazione attraverso la quale Washington fornì armi e pezzi di ricambio anche all'Iran (sottoposto ad embargo), investendone il ricavato per il sostegno ai gruppi paramilitari reazionari e anti-sandinisti in Nicaragua. Questa operazione, tuttavia, non aveva alcun particolare risvolto ideologico. L'obiettivo USA era semplicemente quello di protrarre il conflitto il più a lungo possibile per poter successivamente godere dei risultati in termini di conquiste egemoniche di fronte a due Paesi in ginocchio. L'ex Segretario di Stato Henry Kissinger, ad esempio, stuzzicato sull'argomento, affermò che il risultato ideale del conflitto sarebbe stato la sconfitta di entrambi. Di fatto, gli USA, sulla base di queste considerazioni, sostennero scientemente entrambe le parti (sebbene la bilancia penda sul lato iracheno): ovvero, sostennero l'Iran quando ad attaccare era l'Iraq ed aiutarono l'Iraq quando la fase offensiva spettava all'Iran.
Il sostegno nascosto all'Iran del caso Iran-Contras (peraltro assai limitato), inoltre, risultava estremamente ambiguo. Questo, da un lato violava l'ufficialità dell'Operazione Staunch volta a prosciugare il flusso di armi verso lo stesso Iran (aiutato da Cina, Corea del Nord, Siria, Libia ed anche Israele, per il semplice motivo che questo percepiva l'Iraq come reale minaccia all'egemonia nell'area del Vicino Oriente), dall'altro, si poneva il preciso obiettivo di fornire all'Iran informazioni di intelligence falsate allo scopo di scoraggiare o far fallire sul nascere ogni potenziale offensiva che potesse alterare la situazione al fronte. Infine, dal 1986 in poi, gli Stati Uniti stabilirono un filo diretto con Baghdad, fornendo ai militari ba'athisti coordinate e movimenti delle truppe iraniane sul campo. Allo stesso tempo, CIA e Pentagono incoraggiarono la dirigenza ba'athista ad intensificare gli attacchi contro gli obiettivi economici e civili iraniani (aree residenziali dei centri abitati e navi mercantili in particolar modo). Così, nel corso di quella fase della guerra passata alla storia come "guerra delle petroliere", l'Iraq poteva colpire impunemente le navi iraniane, mentre l'eventuale risposta iraniana era sempre contrastata dalla marina militare americana che, a partire dal 1987, arrivò a schierare una massiccia flotta nel Golfo Persico.
Ad ulteriore dimostrazione di ciò, il 17 maggio del 1987, un attacco missilistico iracheno colpì la USS Stark causando la morte di 37 membri dell'equipaggio. L'Iraq si scusò immediatamente per quanto avvenuto e, paradossalmente, gli USA utilizzarono l'evento per incolpare l'Iran della recrudescenza del conflitto nella regione. Ancora, il 14 aprile 1988 la fregata USA Samuel Roberts finì su una mina. Evento che gli USA utilizzarono per scatenare l'operazione Prayer Mantis. Questa si proponeva l'obiettivo di provocare la flotta ed il naviglio iraniano in modo che uscisse allo scoperto in alto mare per poi poterla facilmente colpire utilizzando la superiore potenza di fuoco e tecnologica della flotta USA. Di fatto, l'entità degli attacchi statunitensi contro la flotta iraniana fu estremamente pesante. Infine, sempre per ciò che concerne il diretto coinvolgimento USA nel conflitto, non bisogna dimenticare l'episodio dell'abbattimento dell'Airbus Iran Air, con 290 civili a bordo, mentre svolgeva un volo regolare da Bandar Abbas a Dubai, il 3 luglio 1988. Sull'accaduto, il comandante della USS Vincennes (la nave dalla quale venne lanciato il missile che, tra l'altro, si trovava nelle acque territoriali iraniane), affermò di aver dato l'ordine di far fuoco pensando si trattasse di un aereo da guerra di Teheran. Tuttavia, l'aereo, come confermato anche dai controllori di volo di Dubai, stava salendo di quota. Dunque, non poteva essere una minaccia per la nave americana, con la quale si sarebbe pure identificato. Nonostante ciò, dopo che l'amministrazione Reagan diede spiegazioni sommarie, fuorvianti e autoconsolatorie, il comandante statunitense venne premiato con una medaglia per i "meriti" sul campo.
Ad ogni modo, la guerra si concluse ufficiosamente il 18 luglio 1988, quando l'allora Presidente iraniano (l'attuale Guida Suprema Khamenei), su invito di Khomeini, accettò la risoluzione ONU 598 ed il cessate il fuoco in un momento in cui l'Iran si trovava in grave difficoltà, con poche armi a disposizione (nel totale isolamento internazionale), in gravi condizioni economiche e pressato dall'aggressività nordamericana nel Golfo.
Dal suo canto, due anni dopo il cessate il fuoco e due settimane dopo l'invasione irachena del Kuwait, Saddam Hussein offrì di porre definitivamente fine al conflitto affermando la propria disponibilità ad accettare nuovamente i protocolli di Algeri del 1975. Un'offerta che risuonava come una specie di ammissione di sconfitta nell'istante in cui l'Iraq venne tradito da quelle monarchie del Golfo che l'avevano sostenuto nella sua campagna distruttiva contro l'Iran.