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📚 04/11/2026 strategic-culture.su  17min ⁑️ 4 🇮🇹 #332210

 Coup d'État en Pologne fomenté par La Hyène et les européistes, après la Roumanie et en attendant la France

La Notte di Varsavia: anatomia di un colpo di Stato costituzionale in Polonia

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Lorenzo Maria Pacini

Qualunque esito prevalga, la notte di Varsavia ha già prodotto un precedente. Ha mostrato che un esecutivo europeo può cambiare il vertice della propria corte costituzionale con un atto privo di base legale, eseguito dalla polizia mentre il presidente è all'estero

Cronache inattese

Non c'è che dire, questo 2026 sta regalando colpi di scena davvero inaspettati. Questa volta è il turno della Polonia.

Nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 2026 la Polonia ha visto qualcosa che nessuna democrazia dell'Unione europea aveva mai messo in scena con questa nettezza: un governo che, approfittando dell'assenza del capo dello Stato in volo verso l'Africa, cambia di fatto la direzione di un organo costituzionale facendo presidiare la sua sede dalla polizia. Il presidente della Repubblica, Karol Nawrocki, ha usato la formula più pesante del lessico politico: "Questa notte l'ordine costituzionale della Repubblica di Polonia è stato violato, e un organo costituzionale dello Stato è stato preso con la forza". Il primo presidente della Corte suprema, Zbigniew Kapiński, si è detto sconvolto da quello che ha definito, senza esitazioni, un colpo di Stato.

Il governo di Donald Tusk sostiene l'esatto contrario: non un colpo di mano, ma il ripristino dello Stato di diritto dopo gli anni del PiS. La distanza tra le due narrazioni non è soltanto propaganda. Riflette un conflitto sulla fonte stessa della legittimità costituzionale che dura da un decennio e che adesso è uscito dalle aule per entrare nelle strade di Varsavia. Per capire che cosa sia accaduto, e perché la definizione di "colpo di Stato costituzionale" non sia un'iperbole, bisogna ricostruire la notte, poi risalire alle sue cause, infine guardare alla forma giuridica che l'esecutivo ha scelto per la propria azione.

Venerdì 30 ottobre, intorno alle 18, sul sito del Trybunał Konstytucyjny, che è stato hackerato, compare un breve comunicato: è stata disposta una "interruzione delle attività" del presidente del Tribunale, Bogdan Święczkowski, e del suo vice, Bartłomiej Sochański. La  sospensione vale un mese. A firmarla è Anna Korwin-Piotrowska, eletta giudice dalla maggioranza di Tusk nel marzo 2026 ma  mai ammessa al giuramento dal presidente della Repubblica, notoriamente pro-UE, che si dichiara reggente del Tribunale in quanto giudice di più lunga anzianità. Quasi in contemporanea, ingenti reparti della polizia antisommossa circondano l'edificio. L'account ufficiale del Tribunale su X, rimasto nelle mani di Święczkowski, denuncia l'occupazione illegale del sito istituzionale, ribadisce che Korwin-Piotrowska "non è giudice del Tribunale" e conclude che chiunque partecipi a quelle azioni sta commettendo il reato di colpo di Stato.

Il dettaglio più eloquente lo ha fornito la portavoce del Tribunale, Weronika Ścibor: sette persone elette giudici nel corso dell'anno sono entrate nell'edificio scortate dal Servizio di protezione dello Stato (SOP), corpo dipendente dal ministro dell'Interno, passando non dall'ingresso principale ma da un cancello che collega l'area del Tribunale alla Cancelleria del primo ministro. L'immagine, prima ancora del diritto, dice molto: i nuovi vertici dell'organo che deve giudicare la costituzionalità delle leggi del governo sono arrivati dal retro della sede del governo, protetti da uomini del governo.

Poco dopo le 20 Święczkowski si presenta davanti al Tribunale e viene respinto dal cordone di polizia. Tra la folla, che scandisce "Fate entrare il presidente!", alcuni manifestanti tagliano con un flessibile la catena di un cancello: Święczkowski, Jarosław Kaczyński e Piotr Gliński entrano nel cortile, ma gli agenti impediscono loro di raggiungere l'edificio. Kaczyński, davanti ai giornalisti, dichiara che da quel giorno la Polonia è diventata uno Stato di polizia, primo passo verso l'autoritarismo. Volano oggetti contro gli agenti, tre persone vengono fermate dopo aver scavalcato la recinzione. Lo stesso Święczkowski, al megafono, chiede ai sostenitori di  non affrontare la polizia: si tornerà, dice, insieme al presidente. Alle quattro del mattino tenterà di nuovo di entrare, invano.

Il punto decisivo è la cronologia. L'ordine di sospensione e il dispiegamento delle forze dell'ordine avvengono mentre Nawrocki è in viaggio di Stato verso il Senegal. Il presidente fa invertire la rotta all'aereo, annunciando che in un momento del genere il capo dello Stato deve trovarsi in Polonia; i siti di tracciamento dei voli registrano la virata in tempo reale. Durante la notte convoca una riunione d'urgenza con tutte le forze politiche e chiede alle forze di sicurezza di lasciare i locali del Tribunale e di ripristinare l'ordine pubblico. Poi, secondo quanto ha scritto su X il suo capo di gabinetto Paweł Szefernaker, entra nell'edificio insieme al primo presidente della Corte suprema Kapiński, aprendosi un varco nel cordone;  ne uscirà al mattino da un ingresso secondario. Lo stesso Szefernaker chiede che Tusk risponda politicamente e giuridicamente delle proprie azioni. All'alba i manifestanti, che i cronisti stimavano in diverse migliaia, rinunciano a forzare l'edificio e cominciano a disperdersi. Nel frattempo la dirigenza del PiS di Cracovia aveva già lanciato un appello, "In difesa del Tribunale costituzionale", per portare i militanti a Varsavia.

Si può discutere a lungo sulle intenzioni di Tusk. Su due fatti, però, la discussione non è possibile: la polizia attorno al Tribunale l'ha mandata il governo, e la presa di controllo è scattata mentre il presidente era in volo. Il tempismo è, a dir poco, sospetto.

Aggiungo una informazione che mi è giunta da una fonte riservata dell'intelligence, e che forse spiega molto di ciò che è successo: la Polonia, chiamata già in prima linea nel conflitto europeo contro la Russia, cominciava a tentennare nella propria decisione. Gli eventi degli scorsi giorni, con proteste in tutte le maggiori città europee e con i leader dei Paesi del Nord ed Est Europa in fila alle porte del Cremlino per contrattare gli scenari del futuro, e il crescente malcontento nei quadri dirigenti delle forze armate, stavano portando ad una pressione molto forte sul sistema politico polacco. Nawrocki stava valutando l'apertura a Mosca, instaurando dei canali riservati tramite Paesi mediatori. Letto in altri termini, questo era un vero e proprio attentato ai pieni di guerra della UE. Un affronto a dir poco inaccettabile. Ma andiamo per tappe.

Dieci anni di guerra per il tribunale

L'escalation di ottobre è l'esito di uno scontro che risale al 2015. In quell'anno la maggioranza uscente di Piattaforma Civica elesse giudici costituzionali anche per seggi che si sarebbero liberati dopo la fine della legislatura; il PiS, appena vinte le elezioni, non riconobbe quelle nomine e ne fece eleggere altre. Da allora ciascuno dei due campi considera illegittima una parte del collegio. La  Corte di Strasburgo, nel caso Xero Flor del 2021, stabilì che la composizione del Tribunale era stata viziata dalla nomina di uno dei giudici scelti dal PiS al posto di un giudice già regolarmente eletto. Nello stesso anno il Tribunale, con la sentenza K 3/21, dichiarò alcune disposizioni del Trattato sull'Unione europea incompatibili con la Costituzione polacca, aprendo lo  scontro più duro mai avvenuto tra Varsavia e Bruxelles, mentre la Corte di giustizia sanzionava il sistema disciplinare dei giudici.

Con l'arrivo di Tusk alla fine del 2023 il quadro si è capovolto. Il nuovo governo ha smesso di pubblicare e di applicare le sentenze del Tribunale, considerandolo un organo occupato dal PiS, e fino al 2026 si è rifiutato perfino di coprire i seggi vacanti. Il presidente del Tribunale ha risposto sul terreno penale: nel gennaio 2025 Święczkowski ha trasmesso alla Procura generale una denuncia di 60 pagine in cui accusava Tusk e alcuni ministri di agire come un gruppo criminale organizzato finalizzato a sovvertire l'ordine costituzionale. Tusk aveva liquidato la vicenda  pubblicando un video in cui giocava a ping-pong, con un emoji sorridente accanto alle parole "colpo di Stato". A distanza di venti mesi, quella risata ha un suono diverso.

Nel marzo 2026 la coalizione di governo ha cominciato a eleggere i nuovi giudici: otto in tutto nel corso dell'anno, abbastanza per dare in teoria alla maggioranza parlamentare il controllo del collegio. La legge polacca prevede però che i giudici costituzionali giurino davanti al presidente della Repubblica. Nawrocki, eletto nel 2025 e insediato nell'agosto di quell'anno, ha rifiutato il giuramento di cinque degli otto, contestando le modalità della loro scelta o i requisiti personali. I cinque hanno allora organizzato una propria cerimonia di giuramento in Parlamento, che né il presidente né Święczkowski hanno riconosciuto. Il presidente del Tribunale ha impedito loro di giudicare, ignorando anche un ordine della Corte europea dei diritti dell'uomo che ne chiedeva l'ammissione e sostenendo che Strasburgo non avesse competenza in materia. Tra i cinque c'è Maciej Berek, che Tusk aveva definito il proprio "braccio destro" e che ha giurato da solo, in assenza del presidente, il 14 ottobre.

Il risultato è stato un organo paralizzato, con due collegi che si negano reciprocamente la qualità di giudice e un presidio permanente di sostenitori del PiS accampati da settimane davanti alla sede proprio per prevenire un ingresso con la forza dei giudici non riconosciuti. Le voci di un'operazione di questo tipo circolavano da tempo. Nessuno, a Varsavia, può dirsi sorpreso.

La forma giuridica della forza

Il cuore della questione è la base legale dell'atto. Korwin-Piotrowska ha motivato la sospensione con una "superiore necessità costituzionale", accusando Święczkowski di aver impedito la convocazione dell'Assemblea generale del Tribunale, di aver bloccato i cinque giudici, di aver violato le regole di assegnazione delle cause e di aver accantonato procedimenti di interesse pubblico per ragioni politiche. Sono accuse che hanno un fondamento politico evidente e, in parte, un riscontro nei fatti: il rifiuto di eseguire l'ordine di Strasburgo è documentato. Ma la norma invocata è un'altra cosa. Il comunicato richiama l'art. 130 della legge sull'ordinamento dei tribunali ordinari, che consente al presidente di un tribunale o al ministro della Giustizia di sospendere immediatamente un magistrato colto in flagranza di reato doloso, o il cui comportamento leda in modo grave la dignità dell'ufficio.

Il Tribunale costituzionale non è un tribunale ordinario. È un organo costituzionale autonomo, su cui il ministro della Giustizia non esercita alcuna vigilanza. A dirlo non è un esponente del PiS ma Marcin Matczak, costituzionalista tra i più noti critici delle riforme giudiziarie della destra, che ha scritto di considerare Święczkowski la persona peggiore possibile per quella carica, aggiungendo di non aver mai pensato di doverlo difendere, ma che la base giuridica della sospensione non esiste, "per un milione di ragioni". Quando il giudizio di illegalità arriva dal campo avversario a quello del soggetto colpito, l'argomento della faziosità perde gran parte della sua forza.

C'è poi un secondo vizio, che riguarda la legittimazione di chi ha firmato. Korwin-Piotrowska rivendica la reggenza in quanto giudice di maggiore anzianità, calcolata a partire dall'inizio del suo tirocinio giudiziario nel 1995. Ma il suo status di giudice costituzionale dipende proprio dal giuramento che il presidente ha rifiutato: l'art. 4 della legge sullo status dei giudici del Tribunale prevede che il giuramento sia reso davanti al capo dello Stato. Ammettiamo pure che il rifiuto di Nawrocki sia stato un abuso. Resta il fatto che un giudice la cui posizione è contestata ha sospeso il presidente legalmente in carica, e che l'esecuzione di quella decisione è stata affidata alla polizia e al servizio di protezione del governo. Nello stesso pomeriggio il ministro della Giustizia e procuratore generale, Waldemar Żurek, annunciava di aver chiesto al Tribunale la revoca dell'immunità di Święczkowski e di Sochański, recapitando le richieste, testualmente, al giudice di più lunga anzianità: cioè alla stessa persona che li aveva appena sospesi.

È questa sequenza a giustificare il termine "colpo di Stato costituzionale". Non c'è stata sospensione della Costituzione né intervento dell'esercito. C'è stata, invece, la sostituzione del vertice di un organo costituzionale attraverso un atto privo di base legale, eseguita con la forza pubblica da un esecutivo che di quell'organo è la controparte naturale, e coordinata in modo da coincidere con l'assenza del garante della Costituzione. La teoria politica conosce bene questa figura: è il colpo di Stato condotto dentro le istituzioni e con il loro linguaggio, che conserva le forme della legalità mentre ne svuota la sostanza. Święczkowski, parlando a Polsat News, ha accusato i comandanti di polizia di  trovarsi illegalmente nell'area del Tribunale e ha annunciato conseguenze giudiziarie nei loro confronti. La sua frase della notte, "il Tribunale sono i giudici, non l'edificio", sintetizza la posta in gioco: si può prendere un palazzo con un inganno, non la legittimità di un organo dello Stato.

Va detto con altrettanta chiarezza che la tesi del governo non è priva di argomenti. Tre giudici del collegio uscente sono stati nominati in violazione della legge, come ha stabilito Strasburgo; Święczkowski ha disatteso un ordine della stessa Corte; e l'Unione europea ha a lungo considerato il Tribunale un organo politicizzato. Tusk, nella dichiarazione di venerdì sera, ha detto che ripristinare lo Stato di diritto è un dovere, che dopo anni di illegalità il processo è difficile e talvolta doloroso, e che non esiste altra strada. Il problema è che la risposta all'illegalità altrui è stata un'altra illegalità, e che l'argomento del fine che giustifica il mezzo, in materia costituzionale, è esattamente quello che i difensori dello Stato di diritto contestavano al PiS. O, forse, il problema non è una questione di legge ma di politica.

Diplomazia in frantumi e "reductio ad Putinum"

La sinistra polacca, forte del suo globalismo, ha tentato il colpo di Stato, ma non ci è riuscita.

La crisi ha investito subito l'apparato dello Stato. Nelle ore successive l'ambasciatore polacco in Cina, Jakub Kumoch, ha annunciato su X le proprie dimissioni, ritenendo impossibile continuare a rappresentare la Repubblica alla luce degli eventi; poco dopo lo ha seguito l'ambasciatore in Romania, Paweł Soloch, che ha parlato apertamente di un tentativo di presa di controllo del Tribunale contrario alla legge. Kumoch, nominato nel 2023 da Andrzej Duda, era stato ambasciatore in Svizzera e in Turchia e aveva diretto l'ufficio di politica internazionale della Cancelleria presidenziale; Soloch è stato a lungo capo dell'Ufficio per la sicurezza nazionale. Il ministro degli Esteri Radosław Sikorski ha risposto definendo il gesto non professionale, affermando che Kumoch non rappresenta più la Repubblica e osservando, con un sarcasmo poco diplomatico, che in Polonia non esiste l'obbligo di lavorare. Quando due capi missione in sedi come Pechino e Bucarest lasciano il posto nel giro di una notte, non si tratta più di uno scontro tra partiti ma di una frattura nella catena di lealtà dello Stato.

Il giorno dopo Tusk ha cambiato registro. Ha parlato di "eventi vergognosi" davanti al Tribunale, ha detto di sperare di non dover mai più vedere scene simili, ma ha aggiunto che la pace non si mantiene cedendo all'illegalità e alla violenza e che uno Stato democratico deve essere abbastanza forte da far rispettare la giustizia. Poi è arrivato l'argomento che nella politica polacca chiude ogni discussione: in Polonia esisterebbero da anni organizzazioni e politici decisi a distruggere la democrazia, sostenuti dalle forze filorusse nel mondo, da un esercito di bot russi e perfino dai complimenti pubblici del principale ideologo del Cremlino.

È una "reductio ad Putinum" da manuale. L'accusa di intelligenza con Mosca serve a spostare il dibattito dal piano giuridico a quello della sicurezza nazionale, dove ogni obiezione diventa sospetta. Che bot e commentatori russi abbiano sfruttato la crisi è del tutto plausibile; nessuna potenza rinuncia a sfruttare le divisioni di un avversario. Ma questo non dice nulla sulla legittimità dell'art. 130 applicato al Tribunale costituzionale, e non spiega le dimissioni di diplomatici di carriera né la posizione di Matczak. La mossa ha anche un antecedente immediato: il 29 ottobre Tusk aveva accusato Kaczyński di voler  spingere la Polonia fuori dall'Unione dopo un discorso del leader del PiS sull'ipotesi di negoziati di uscita. La cornice è dunque già costruita: chi difende Święczkowski starebbe, consapevolmente o meno, lavorando per Mosca e contro Bruxelles.

Le geometrie variabili della Polonia fra Bruxelles e Washington

È qui che la vicenda polacca smette di essere un affare interno. Nel maggio 2024 la Commissione europea ha chiuso la procedura dell'art. 7 contro la Polonia, aperta sei anni prima, dopo che il governo Tusk aveva presentato un piano di riforma della giustizia che includeva il Tribunale costituzionale e un impegno esplicito sul primato del diritto dell'Unione e sull'esecuzione delle sentenze delle corti europee. Ursula von der Leyen  parlò di un "nuovo capitolo" per il Paese. Lo sblocco dei fondi del Recovery, nell'ordine di decine di miliardi di euro, era avvenuto prima ancora che le riforme fossero approvate.

C'è un detto che i nonni di una volt ripetevano spesso: "A pensare male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre". Non abbiamo davanti i fogli firmati dalla Commissione Europea per l'attuazione di questo colpo di Stato, ma qualche sospetto legittimamente viene.

E non è nemmeno una questione di colpe o non colpe, il punto è strutturale. Un Tribunale che rivendica la supremazia della Costituzione polacca, come fece nel 2021, è un problema per l'ordinamento europeo; un Tribunale guidato da giudici eletti da una maggioranza che ha promesso il primato del diritto dell'Unione non lo è. La stessa Commissione che per anni ha chiesto a Varsavia di rispettare l'indipendenza dei giudici ha mantenuto, nelle prime ore della crisi, un silenzio che contrasta con la prontezza dei richiami rivolti al governo del PiS. Lo Stato di diritto diventa così un criterio a geometria variabile, la cui applicazione dipende dall'orientamento europeo di chi governa.

A Washington la lettura è stata opposta. L'ambasciatore statunitense in Polonia, Tom Rose, ha definito gli eventi al Tribunale molto gravi; Nigel Farage ha usato toni analoghi; e la stampa conservatrice anglosassone ha  ripreso senza filtri il linguaggio del colpo di Stato. La crisi polacca diventa così un altro terreno della frattura transatlantica tra l'amministrazione americana e l'establishment di Bruxelles, con Varsavia, il Paese che ospita la più consistente presenza militare americana sul fianco orientale della NATO, nel ruolo scomodo di oggetto conteso.

Cosa resta di questo tragico evento

Il leader storico del centrodestra sloveno, Janez Janša, ha raccolto la vicenda in un elenco amaro di ciò che, al momento dell'adesione, nessuno avrebbe ritenuto possibile in uno Stato membro senza conseguenze: annullare le elezioni presidenziali in Romania, inviare la polizia alla Corte costituzionale e occupare la televisione pubblica con le forze dell'ordine in Polonia, incarcerare a quattro settimane dal voto il leader del partito in testa ai sondaggi in Slovenia. La sua  conclusioneè che sia nata "un'UE che deve salvarsi da se stessa". Si può dissentire da molte voci di quell'elenco, ma non dal dato che lo tiene insieme: in diversi Paesi dell'Unione la difesa della democrazia liberale viene condotta con strumenti che, applicati da altri governi, sarebbero stati denunciati come attacchi alla democrazia liberale.

La Polonia si trova oggi in una condizione di doppia legittimità. Esistono due presidenti del Tribunale costituzionale, due collegi che si escludono a vicenda, un capo dello Stato che non riconosce gli atti del governo e un governo che non riconosce le sentenze del Tribunale. La Corte suprema, per voce di Kapiński, si è schierata con il presidente. Il ministero della Giustizia procede contro il vertice del Tribunale, e il vertice del Tribunale annuncia azioni penali contro gli agenti di polizia. In un sistema semipresidenziale già segnato dalla coabitazione conflittuale, la crisi tocca adesso il nucleo della sovranità: chi decide, in ultima istanza, che cosa sia conforme alla Costituzione.

Gli scenari a breve termine sono tre. Il primo è un congelamento: il governo mantiene il controllo fisico della sede, il campo presidenziale rifiuta di riconoscerne gli atti, e ogni sentenza futura nasce delegittimata in partenza, con effetti diretti sulla certezza del diritto, dagli appalti alla politica fiscale. Il secondo è un'escalation: nuove mobilitazioni di piazza, misure penali contro Święczkowski e Sochański, un uso ulteriore delle forze di sicurezza, con il rischio concreto di incidenti gravi in un Paese che si presenta come il bastione militare d'Europa. Il terzo, il meno probabile, è una mediazione istituzionale, che richiederebbe però a entrambe le parti di rinunciare alla tesi dell'illegittimità totale dell'altra.

Qualunque esito prevalga, la notte di Varsavia ha già prodotto un precedente. Ha mostrato che un esecutivo europeo può cambiare il vertice della propria corte costituzionale con un atto privo di base legale, eseguito dalla polizia mentre il presidente è all'estero, e presentarlo come restaurazione della legalità con il sostegno, o almeno il silenzio, delle istituzioni comunitarie. Ha mostrato anche quanto sia fragile, sul fianco orientale dell'Alleanza atlantica, uno Stato che da dieci anni non riesce a stabilire chi siano i propri giudici. Chi oggi applaude il metodo di Tusk dovrebbe chiedersi che uso ne farà il prossimo governo di segno opposto. In materia costituzionale i precedenti non appartengono a chi li crea.

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