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📚 08/11/2026 strategic-culture.su  12min ⁑️ 11 🇮🇹 #332645

La probabile conversione democristiana di Giorgia Meloni: diventare pacifista per non perdere il potere

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Lorenzo Maria Pacini

La più grande abilità della politica non è sempre quella di convincere gli elettori che si ha ragione. Talvolta è convincerli che si è sempre stati dalla loro parte, anche quando fino al giorno prima si sosteneva esattamente il contrario.

Il problema Vannacci e la scappatoia

C'è una specialità nella quale la politica italiana ha raggiunto, nel corso della sua storia repubblicana, livelli di eccellenza difficilmente replicabili altrove: la capacità di cambiare posizione senza cambiare ufficialmente idea. Una disciplina che potremmo definire trasformismo evoluto, ma che, nella sua espressione più nobile e raffinata, porta un nome preciso: democrazia cristiana.

Non si tratta semplicemente di moderazione, né della banale arte del compromesso. È qualcosa di più sofisticato: comprendere quando una posizione politica, pur essendo stata utile per conquistare il potere, comincia a diventare un ostacolo alla sua conservazione. E, soprattutto, sapere come abbandonarla senza dichiarare di averlo fatto.

Giorgia Meloni potrebbe trovarsi presto nella condizione ideale per applicare questa antica arte.

La premier ha costruito una parte significativa della propria credibilità internazionale attraverso un atlantismo particolarmente marcato, il sostegno politico e militare a Kiev, la partecipazione italiana alle strategie di sicurezza euro-atlantiche e una sostanziale adesione alla nuova stagione del riarmo europeo. Una postura che le ha consentito di rassicurare Washington, Bruxelles e le principali cancellerie occidentali, presentandosi come interlocutrice affidabile e affidabile garante della continuità strategica italiana. Tuttavia, la politica non è una fotografia. È un movimento continuo di rapporti di forza, interessi, aspettative e convenienze. E ciò che oggi rappresenta una garanzia di stabilità internazionale potrebbe domani trasformarsi in un problema elettorale interno.

La questione, dunque, non è se Meloni creda davvero nell'atlantismo che ha sostenuto finora. La questione è se, in una determinata congiuntura, continuare a sostenerlo nella sua forma attuale possa diventare politicamente meno conveniente che rivederlo.

L'eventuale consolidamento di un'opposizione guidata da Roberto Vannacci rappresenterebbe un elemento di discontinuità nel panorama della destra italiana. Il punto non sarebbe semplicemente la nascita di un nuovo soggetto politico, ma la possibilità che questo intercetti una domanda politica rimasta in parte insoddisfatta: quella di un sovranismo meno disposto a subordinare le priorità nazionali alle esigenze delle alleanze internazionali, meno entusiasta delle politiche europee di riarmo e più interessato a riportare al centro la questione della sovranità decisionale italiana.

È una porzione di elettorato che non necessariamente si riconosce nella sinistra, che non ha abbandonato le proprie sensibilità conservatrici e che potrebbe non essere particolarmente entusiasta di vedere l'Italia impegnata in una strategia di sostegno militare a oltranza all'Ucraina.

Per Meloni il problema sarebbe evidente: non perdere necessariamente gli elettori moderati, ma rischiare di perdere quelli che l'hanno portata a Palazzo Chigi.

Una destra che si è presentata come alternativa al sistema, come interprete della sovranità nazionale e come difensore dell'interesse italiano non può permettersi indefinitamente di apparire come la versione più disciplinata dell'atlantismo europeo. Soprattutto quando, sul terreno internazionale, emergono nuove tensioni, nuovi equilibri e una crescente stanchezza sociale nei confronti di un conflitto che sembra non avere una conclusione politica.

Vannacci potrebbe quindi diventare il catalizzatore di una contraddizione interna alla destra: da una parte il governo, chiamato a mantenere gli impegni internazionali assunti; dall'altra una componente elettorale che potrebbe chiedere maggiore autonomia, disimpegno militare e una revisione delle priorità strategiche.

E qui comincia il gioco.

La grande conversione: da atlantista convinta a paladina della pace

Immaginiamo una fase preelettorale nella quale l'opposizione di Vannacci abbia acquisito una consistenza politica significativa. Non necessariamente tale da mettere immediatamente in discussione il governo, ma sufficiente a rappresentare una minaccia per il monopolio della rappresentanza sovranista.

Meloni potrebbe allora compiere una mossa tanto semplice nella sua formulazione quanto sofisticata nelle sue conseguenze: appropriarsi della questione pacifista.

Non sarebbe necessario passare da un giorno all'altro dall'invio di armamenti alla richiesta di abbandonare ogni impegno internazionale. Sarebbe sufficiente modificare progressivamente il linguaggio, spostare l'attenzione sulla necessità di una soluzione diplomatica, mettere in discussione la sostenibilità economica e politica del sostegno militare e cominciare a distinguere fra solidarietà politica a Kiev e partecipazione italiana a una strategia militare senza un orizzonte temporale definito.

La parola d'ordine potrebbe diventare: l'Italia non deve essere trascinata in una guerra che non è la sua.

Una formula politicamente potentissima, soprattutto se pronunciata da una presidente del Consiglio che fino a quel momento ha sostenuto una linea decisamente diversa.

Meloni potrebbe presentarsi come la leader che, dopo aver garantito la credibilità internazionale dell'Italia, ritiene finalmente arrivato il momento di tutelarne gli interessi nazionali. Non una rinnegazione, dunque, ma una nuova fase della politica estera italiana.

La narrazione sarebbe persino elegante: abbiamo sostenuto l'Ucraina quando era necessario, abbiamo difeso la nostra posizione internazionale, abbiamo contribuito alla sicurezza europea. Ora dobbiamo lavorare per la pace, perché la guerra non può diventare una condizione permanente e perché l'interesse italiano non coincide necessariamente con quello di ogni altro attore internazionale.

Il risultato sarebbe un'operazione di straordinaria efficacia comunicativa: trasformare una possibile contestazione della propria politica estera in una dimostrazione di maturità e responsabilità istituzionale. Il pacifismo, in questo scenario, non sarebbe una conversione spirituale. Sarebbe una tecnologia politica.

NATO, SAFE e ReArm Europe: il riarmo come problema elettorale

Il secondo terreno sul quale potrebbe svilupparsi questa operazione riguarda il rapporto con l'architettura militare occidentale e con il progetto di riarmo europeo. La questione non è soltanto militare. È soprattutto economica, finanziaria e sociale.

Il programma europeo SAFE, lo strumento finanziario per la sicurezza e la difesa, e il più ampio progetto politico-industriale di ReArm Europe pongono interrogativi che potrebbero diventare particolarmente rilevanti nel dibattito elettorale italiano. Quanto deve spendere l'Italia ? Con quali risorse ? Quali priorità di bilancio devono essere sacrificate ? Quale rapporto deve esistere fra sicurezza militare, sviluppo industriale e welfare ? E, soprattutto, chi decide quali siano le minacce strategiche alle quali il Paese deve rispondere ? Sono domande che possono trovare un pubblico trasversale, ben oltre il tradizionale elettorato sovranista.

Meloni potrebbe comprendere che il riarmo europeo, presentato come una necessità indiscutibile, rischia di diventare un tema politicamente divisivo. In un Paese caratterizzato da un debito pubblico elevato, servizi pubblici sotto pressione e una persistente difficoltà nella crescita economica, l'idea di destinare risorse crescenti alla difesa potrebbe non suscitare necessariamente entusiasmo.

La premier potrebbe allora introdurre una distinzione apparentemente ragionevole: sì alla sicurezza nazionale, no a un riarmo automatico, subordinato e privo di una chiara valutazione dell'interesse italiano. Potrebbe chiedere maggiore trasparenza sull'impiego delle risorse, contestare l'automatismo degli obiettivi di spesa, rivendicare una maggiore capacità industriale nazionale e mettere in discussione l'idea che la sicurezza europea debba necessariamente coincidere con un incremento permanente degli impegni militari. SAFE e ReArm Europe diventerebbero così il terreno sul quale costruire una nuova retorica della sovranità economica.

La mossa più interessante, tuttavia, riguarderebbe la NATO. Meloni non avrebbe bisogno di annunciare un'uscita italiana dall'Alleanza Atlantica, ipotesi politicamente e strategicamente molto più complessa. Potrebbe invece rilanciare il tema dell'autonomia decisionale, chiedere una revisione delle priorità strategiche, contestare la distribuzione degli oneri e rivendicare che l'Italia non debba assumere automaticamente ogni indirizzo proveniente da Washington.

In altre parole, non necessariamente abbandonare la NATO, ma smettere di comportarsi come se la politica estera italiana fosse una semplice appendice delle sue esigenze.

Sarebbe una differenza sostanziale, soprattutto agli occhi di un elettorato che considera la sovranità nazionale un valore politico fondamentale.

La lezione democristiana: cambiare tutto per conservare tutto

Qui emerge il vero significato dell'operazione.

La Democrazia Cristiana non ha governato l'Italia per decenni grazie alla coerenza ideologica assoluta, ma grazie alla capacità di interpretare, assorbire e neutralizzare le contraddizioni del sistema politico. Sapeva spostarsi, mediare, correggere, incorporare le domande emergenti e impedire che i propri avversari riuscissero a trasformarle in un'alternativa di governo.

Meloni potrebbe applicare una versione aggiornata di questa strategia. La sua eventuale conversione pacifista avrebbe una funzione precisa: sottrarre a Vannacci la possibilità di monopolizzare la critica alla politica estera del governo. Se Vannacci diventasse il principale interprete del dissenso rispetto al sostegno militare a Kiev, al riarmo europeo e alla subordinazione strategica, Meloni potrebbe semplicemente anticiparlo, appropriarsi di alcune delle sue parole d'ordine e trasformarle in una nuova linea politica governativa. Il meccanismo sarebbe quello classico dell'assorbimento del dissenso: prima si lascia emergere una domanda politica, poi la si riconosce, infine la si incorpora nella propria proposta. A quel punto, l'avversario si troverebbe in una posizione scomoda. Continuare a contestare Meloni significherebbe dover trovare nuove differenze politiche, mentre una parte del suo stesso programma potrebbe essere stata già assorbita dalla presidente del Consiglio. La premier avrebbe inoltre un vantaggio considerevole: potrebbe presentarsi non come una figura di rottura, ma come una leader che ha già governato, conosce i rapporti internazionali e possiede l'autorevolezza necessaria per rinegoziare gli equilibri.Vannacci potrebbe rappresentare la protesta; Meloni, invece, la protesta istituzionalizzata. Ed è proprio qui che si trova la differenza fra una leadership di opposizione e una leadership di governo. La prima può permettersi di formulare le posizioni più radicali. La seconda può trasformarle in una piattaforma di compromesso, rendendole apparentemente più praticabili.

Naturalmente, questa operazione avrebbe un prezzo: la credibilità. Perché non si può passare anni a presentare il sostegno militare a Kiev come una questione di principio e poi riscoprire improvvisamente la centralità della pace senza che qualcuno faccia notare la contraddizione.

Ma la politica italiana ha una memoria selettiva, soprattutto quando la comunicazione riesce a trasformare una retromarcia in una svolta storica.

Il prossimo governo: una Meloni post-atlantista?

La conseguenza più importante di questa eventuale strategia non sarebbe necessariamente la conquista di qualche punto percentuale nei sondaggi. Sarebbe la possibilità di ridefinire il perimetro politico della prossima maggioranza.

Meloni potrebbe costruire una piattaforma capace di parlare a tre segmenti elettorali differenti. Il primo sarebbe quello della destra sovranista, interessata alla difesa dell'interesse nazionale e critica verso il coinvolgimento italiano in una guerra prolungata.Il secondo sarebbe quello dell'elettorato moderato, preoccupato per le conseguenze economiche del riarmo, per l'instabilità internazionale e per la possibilità di un'escalation militare. Il terzo sarebbe quello degli elettori conservatori che, pur non condividendo necessariamente le posizioni più radicali, non desiderano che l'Italia rinunci alla propria autonomia decisionale.

Una Meloni capace di parlare contemporaneamente a questi tre mondi potrebbe rafforzare la propria posizione, neutralizzare una parte della concorrenza interna alla destra e presentarsi come la candidata naturale alla guida del prossimo governo.

Il suo messaggio potrebbe essere: abbiamo difeso l'Italia in una fase difficile, ora dobbiamo riportare la pace, ricostruire l'autonomia strategica nazionale e impedire che il nostro Paese paghi il prezzo di decisioni prese altrove.

Non sarebbe una posizione necessariamente antiamericana, né una dichiarazione di ostilità verso l'Europa. Sarebbe, almeno nella sua rappresentazione politica, una nuova declinazione del sovranismo: meno identitario, più istituzionale; meno polemico, più orientato alla gestione degli equilibri internazionali.

Naturalmente, rimarrebbe da verificare quanto questa linea sarebbe compatibile con gli impegni assunti dall'Italia, con i rapporti con Washington e con le dinamiche interne dell'Alleanza Atlantica. Ma proprio la distanza fra la retorica elettorale e la complessità dell'azione di governo costituisce uno degli spazi nei quali la politica italiana ha storicamente dimostrato una notevole capacità di manovra.

Il paradosso finale: la pace come strumento di conservazione del potere

La cosa più interessante di questa ipotesi è il suo paradosso.

Meloni potrebbe utilizzare una svolta pacifista non per rompere con il proprio passato, ma per conservarne il risultato politico fondamentale: la permanenza al governo. Potrebbe presentarsi come la leader che ha compreso che il mondo sta cambiando, che il conflitto ucraino non può essere considerato una condizione permanente e che l'Europa deve ridefinire il proprio rapporto con la sicurezza internazionale. Potrebbe recuperare il linguaggio della sovranità nazionale, della diplomazia e della prudenza strategica, lasciando agli avversari il compito di spiegare perché una posizione simile dovrebbe essere considerata incompatibile con il conservatorismo. E potrebbe farlo proprio nel momento in cui Vannacci, o un'altra forza di opposizione sovranista, diventasse sufficientemente forte da rendere necessario un riposizionamento.

La domanda, allora, non sarebbe se Giorgia Meloni possa diventare pacifista. La domanda sarebbe se possa permettersi di non diventarlo, almeno politicamente, nel momento in cui la pace dovesse trasformarsi nella principale domanda di una parte consistente del suo elettorato.

C'è una vecchia massima, attribuita alla tradizione democristiana, che descrive perfettamente questo genere di operazioni: bisogna saper cambiare strada prima che gli elettori decidano di cambiare conducente.

Meloni ha dimostrato di conoscere bene il funzionamento della politica italiana. Potrebbe dunque comprendere che, in una fase di trasformazione degli equilibri internazionali, la fedeltà assoluta a una postura geopolitica non costituisce necessariamente una virtù elettorale.

La sua eventuale conversione non sarebbe quindi un semplice cambio di posizione sull'Ucraina. Sarebbe una riorganizzazione dell'intero spazio politico della destra italiana: dalla fedeltà atlantica come elemento identitario alla sovranità nazionale come nuovo principio di legittimazione.

Qui si consumerebbe la più classica delle operazioni democristiane: lasciare agli altri il compito di fare opposizione, aspettare che costruiscano una domanda politica, comprenderne la convenienza e infine presentarsi come l'unica persona in grado di realizzarla.

Cambiare tutto, insomma, per non cambiare chi governa.

Perché, in fondo, la più grande abilità della politica non è sempre quella di convincere gli elettori che si ha ragione. Talvolta è convincerli che si è sempre stati dalla loro parte, anche quando fino al giorno prima si sosteneva esattamente il contrario.

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