31/01/2026 strategic-culture.su  25min 🇮🇹 #303469

 Storia dell'Iran nel Xx secolo - Parte I Dai moti costituzionali alla destituzione di Reza Shah

Storia dell'Iran tra Xx e Xxi secolo - Parte Iv L'Iran a cavallo del nuovo secolo

Daniele Perra

La recente nuova fase di destabilizzazione interna alla quale è stata sottoposta la Repubblica islamica dell'Iran e l'insistenza della propaganda occidentale sull'imminenza della sua caduta (con l'appoggio della stessa all'erede dello Shah Reza Ciro Pahlavi) rendono necessario affrontare il particolare percorso storico del Paese dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. Solo in questo modo si possono avanzare delle ipotesi su ciò che potrà essere il suo futuro.

Il conflitto con l'Iraq da un lato stroncò sul nascere le aspirazioni khomeiniste all'esportazione della Rivoluzione all'infuori dei confini iraniani; mentre, dall'altro, preparò il terreno per una ulteriore estremizzazione rivoluzionaria di una struttura culturale-sociale già di suo impostata sul tema della costante resistenziale e del sacrificio eroico. A questo proposito, tuttavia, è comunque bene sottolineare che i dati inerenti le perdite iraniane nel conflitto sono stati spesso volutamente gonfiati dalla propaganda occidentale (un qualcosa di simile a quanto avviene oggigiorno con la Russia per ciò che concerne il conflitto in Ucraina) allo scopo di presentare il governo della Repubblica Islamica come "senza scrupoli", "irrazionale" e "massacratore del suo stesso popolo".

All'epoca, ad esempio, si stimò che le perdite iraniane, a causa di quegli attacchi che vennero definiti "ad onda umana", fossero superiori al milione. In realtà, il 23 settembre 1988, i portavoce del governo comunicarono la cifra ufficiale di 160.000 caduti in battaglia, ai quali si aggiungevano altri 30.000 morti a causa delle ferite riportate in combattimento e 39.000 disabili permanenti (in buona parte soldati sottoposti ad attacchi chimici).

Ma tra gli "effetti" della guerra vi fu anche lo straordinario rafforzamento dell'Ordine dei Pasdaran e del Corpo volontario dei Basij. I primi vennero fondati un mese dopo la proclamazione della Repubblica Islamica attraverso un decreto diretto di Ruhollah Khomeini. Le loro prerogative, successivamente, furono inserite anche all'interno del disegno costituzionale. Qui, infatti, all'articolo 150 si legge: "Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative ed i doveri di tale Corpo in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione".

I compiti dell'Ordine sono stati enumerati in otto categorie:

  • assistere la polizia e le forze di sicurezza nell'arresto o nella liquidazione di elementi controrivoluzionari;
  • combattere i controrivoluzionari armati;
  • difendersi dagli attacchi e dalle attività delle forze straniere all'interno del Paese;
  • coordinare e cooperare con le forze armate del Paese;
  • formare il personale subordinato dell'Ordine dal punto di vista spirituale, etico, politico e militare;
  • assistere le istituzioni della Repubblica Islamica nell'attuazione dei principi della Rivoluzione Islamica;
  • sostenere i movimenti di liberazione e il loro appello per la giustizia degli oppressi del mondo sotto la tutela della Guida della Repubblica Islamica;
  • utilizzare le risorse umane e le competenze dei membri dell'Ordine per affrontare le calamità nazionali e catastrofi inaspettate, nonché sostenere i piani di sviluppo della Repubblica Islamica per massimizzare completamente le risorse dell'Ordine.

Appare evidente come, nel corso del tempo, l'Ordine dei Guardiani della Rivoluzione si sia rapidamente evoluto trasformandosi nella spina dorsale della Repubblica Islamica: uno Stato nello Stato - posto al di sopra dello Stato e con ampie ramificazioni in ambito educativo ed economico (dall'industria petrolifera all'edilizia popolare) - che deve rendere conto solo alla Guida Suprema.

Tuttavia, c'è un punto che merita particolare attenzione ai fini di questo lavoro: il punto 7. Questo, infatti, mette in evidenza una sorta di carattere sovranazionale dell'Ordine ed il suo impiego in teatri esterni alla Repubblica Islamica. Di fatto, i Pasdaran non solo hanno addestrato militarmente combattenti non iraniani nella regioni limitrofe all'Iran, ma li hanno preparati anche sul piano dottrinale e spirituale, insistendo sul fatto che il gihad sulla via di Dio è al contempo una lotta interiore per divenire un essere umano migliore ed una lotta esteriore contro gli "oppressori", i "nemici di Dio".

Questo compito, in particolare, spetta alla Forza Quds (di cui è stato comandante Qassem Soleimani dal 1998 fino alla sua morte), la cui missione - secondo l'attuale Guida Suprema Khamenei - è quella di "stabilire cellule di Hezbollah in tutto il mondo".

Tuttavia, come già anticipato, a fronte del successo ottenuto in Libano nei primi anni '80 (ed alla costruzione di un complesso sistema di alleanze con altri movimenti politico-militari della regione), l'Ordine è andato incontro anche ad alcuni fallimenti, come quello di Hezbollah al-Hijaz (nella Penisola Arabica) o quello in Bahrein (dove non è riuscito a garantire un appoggio decisivo ad una popolazione in larga parte sciita a causa della brutale repressione governativa in cooperazione con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a seguito delle rivolte del 2011).

Anche il Corpo dei Basij (letteralmente "mobilitazione") trova il suo fondamento nella Carta costituzionale dell'Iran: "In conformità al sacro versetto coranico 'E preparate tutte le forze che potrete raccogliere e i cavalli addestrati per incutere paura al nemico di Allah e vostro e altri ancora che voi non conoscete ma che Allah conosce' (8:60), il governo ha il dovere di mettere a disposizione di tutto il popolo le opportunità e gli strumenti necessari per l'addestramento militare in base alle norme islamiche, così che tutti i cittadini della Nazione siano in grado di provvedere alla difesa armata del Paese e della Repubblica Islamica dell'Iran. Tuttavia, il possesso di armi deve essere autorizzato dalle autorità competenti" (art. 151).

Su queste basi, il Corpo venne creato per mantenere la sicurezza interna in assenza di una forza di polizia fedele al progetto rivoluzionario nei primi anni di vita della Repubblica Islamica. Esso, inoltre, aveva il compito di difendere l'Iran dall'"assalto culturale" dell'Occidente e, in questo modo, ebbe un ruolo di primo piano nella "rivoluzione culturale" che contraddistinse gli anni successivi al 1979. Nel 1980, infatti, l'Imam Khomeini invocò la necessità di una riforma fondamentale del sistema educativo-culturale che riportasse l'Islam al centro dell'insegnamento scolastico. A tale scopo, decise di eliminare progressivamente dalle scuole insegnamenti ed insegnanti che si presentavano indottrinati dall'"Oriente comunista" o dall'"Occidente capitalista". Così, optò per la chiusura delle università per tre anni: un tempo necessario per formare nuovi professori fedeli ai dettati della Rivoluzione. Allo stesso tempo, vennero adottate delle misure specifiche dopo la riapertura delle università che includevano la creazione al loro interno di associazioni islamiche, di unità di mobilitazione dedite al "gihad universitario", la formazione di comitati di disciplina per monitorare l'impegno politico e religioso della comunità universitaria, l'applicazione del velo obbligatorio per le donne, la costruzione di moschee e centri di preghiera e, successivamente, di monumenti per gli eroi della guerra Iran-Iraq.

In tutte queste attività il Corpo dei Basij - fondato su tre pilastri: la natura volontaria, la fede religiosa e la fede negli ideali della Rivoluzione - svolse un ruolo determinante. Così come i suoi membri ebbero modo di distinguersi nel corso del conflitto con l'Iraq. Lo stesso Khomeini ebbe modo di affermare riguardo ad uno di loro (il quattordicenne Muhammad Hossein Fahmideh che si gettò carico di esplosivo contro un carro armato iracheno): "Non chiamatemi Imam. Lui è il nostro Imam, che a quattordici anni si è lanciato con il suo piccolo cuore contro il nemico. Il suo esempio vale più di cento penne [degli eruditi] e di mille lingue [dei devoti]".

Oggi, i Basij, alla pari dei Pasdaran, sono presenti in tutti i settori delle società iraniana, essendosi trasformati in una organizzazione estremamente complessa (in parte di carattere economico e sociale ed in parte gruppo paramilitare con compiti di polizia). Anche questo modello - non privo di elementi critici (come un certo "abuso di potere" di alcuni membri, fattore che ne ha inquinato i principi d'azione incentrati sulla rettitudine e sulla difesa culturale) - è stato sottoposto a strategie di esportazione da parte del potere centrale. Tattiche similari a quelle attuate dai Basij, ad esempio, si ritrovano sia in Libano che in Palestina (soprattutto a Gaza).

A differenza di Muhammad Ali Jinnah, padre politico del Pakistan - e, se si vuole, dello stesso Profeta dell'Islam - alla sua morte, Ruhollah Khomeini aveva lasciato indicazioni ben precise (una solida costituzione scritta) su ciò che sarebbero dovute essere le fondamenta politico-istituzionali della Repubblica Islamica. Dopo di lui, la carica di Guida Suprema venne assunta da Ali Khamenei (non senza alcune perplessità di chi lo considerava poco ferrato nelle questioni religiose, o almeno non preparato come l'ayatollah Montazeri, tra i successori designati, che aveva mosso critiche pesanti contro la campagna di esecuzioni del 1988 contro i prigionieri politici).

Khamenei, già presidente della Repubblica e reduce della guerra contro l'Iraq (dove venne gravemente ferito ad un braccio), si era costruito una legittimità e notorietà negli anni precedenti la Rivoluzione a seguito delle sue numerose incarcerazioni nelle prigioni della Savak, dove venne ripetutamente sottoposto ad atti di violenza e tortura sia fisica che mentale. Inoltre, venne più volte esiliato nella aree di confine dell'Iran da parte dello Shah; ed in ogni occasione riusciva a guadagnarsi le simpatie della popolazione locale grazie alla sua operosità (come in occasione della pesante alluvione di Iranshar nel 1978).

Ora, l'era Khamenei può essere suddivisa in diverse fasi. Superata la fase di consolidamento dello Stato successiva alla Rivoluzione ed al conflitto con l'Iraq, la nuova Guida Suprema ha concentrato i suoi sforzi sul piano geopolitico soprattutto sulla sicurezza della Repubblica Islamica e sulla ricerca di un modello di sovranità olistica; ovvero in tutti i campi (dalle relazioni internazionali alla cultura popolare e strategica). Stato sovrano è infatti quello che decide per se stesso come rapportarsi ai propri problemi sia interni che esterni, e decide da solo anche quando è necessario ricorrere ad aiuti esterni (apertura commerciale o meno verso l'esterno, forniture di aiuti militari e così via).

Dunque, dopo una prima fase in cui l'obiettivo della Repubblica Islamica è stata la mera sopravvivenza (a seguito della brutale guerra contro l'Iraq), la seconda fase è stata indirizzata al rafforzamento dello Stato. Questo deve essere interpretato su due livelli: a) il livello domestico con l'esercizio della forza in nome della giustizia, lo sviluppo delle capacità economiche e di una forza militare ed il conseguente sviluppo di una strategia da applicare verso l'esterno; b) un livello internazionale rivolto alla ricerca di riconoscimento, di eventuali alleanze o al tentativo di disarticolare quelle dei propri rivali regionali e/o globali.

A questo proposito, è bene sottolineare innanzitutto che l'Iran si trova sottoposto ad un regime alternato di embargo e sanzioni più o meno dalla nascita stessa della Repubblica Islamica. Cosa che ne ha reso piuttosto complesso uno sviluppo economico capace di investire la totalità della sua popolazione. È chiaro che questo regime sanzionatorio è stato ampiamente aggirato nel corso del tempo. Tuttavia, come noto, i regimi sanzionatori tendenzialmente hanno il demerito di non colpire le élite di potere ma le fasce più deboli della popolazione. Nel caso specifico della Repubblica Islamica, i proventi dell'aggiramento delle sanzioni sono stati storicamente investiti in modi diversi: a) per finanziare il programma missilistico e nucleare (soprattutto civile, ricordiamo che esiste una fatwa, ancora valida, dell'Imam Khomeini che vieta la costruzione di armi nucleari); b) per sostenere diverse milizie regionali compartecipi della costruzione di un sistema di difesa dell'Iran su più linee (Palestina, Libano, Siria, Iraq sul fronte occidentale, dove si trova il nemico principale, Israele); c) una parte infine è stata redistribuita attraverso le fondazioni caritatevoli (bonyad) variamente collegate alle istituzioni della Repubblica Islamica per mantenere inalterato il suo capillare sistema di controllo sullo Stato e la popolazione (alcuni sostengono che queste controllino circa il 20% PIL iraniano). Questo dice in primo luogo che un'ampia porzione della popolazione vive grazie alla struttura/esistenza stessa della Repubblica Islamica. Di conseguenza, oggi, parlare di popolo iraniano (nella sua interezza) che desidera il rovesciamento del regime, nel migliore dei casi, è del tutto fuorviante. Ed è difficile pensare che lo stesso voglia segare il ramo dell'albero sul quale è seduto.

Indubbiamente, allo stesso tempo, esiste una porzione di popolazione che non ha goduto (o ne ha goduto meno) dei dividendi dell'aggiramento del regime sanzionatorio o più in generale della "ricchezza". Questa è quella che più frequentemente manifesta il suo malcontento; chiede riforme ed anche un ricambio generazionale nei vertici del potere (forse, uno dei maggiori problemi della Repubblica Islamica odierna). Ad essa si aggiunga pure una borghesia "occidentalizzata" che tendenzialmente accetta di buon grado il "regime islamico" in nome del quieto vivere, ma che è sempre pronta a voltare le spalle allo stesso appena se ne presenta l'occasione.

Inoltre, bisogna considerare che il regime sanzionatorio rende l'Iran ancor più vulnerabile di fronte alle oscillazioni del mercato petrolifero ed alla dipendenza delle transazioni internazionali dal valuta statunitense, il dollaro. Fattore che, tra l'altro, viene utilizzato da Washington per provocare crisi economico-finanziarie al suo interno ormai con frequenza sempre maggiore e per portare avanti quella che il politologo John Mearsheimer ha definito la tattica tradizionale (in quattro fasi) delle "rivoluzioni colorate": 1) regime sanzionatorio; 2) protesta popolare più o meno infiltrata e strumentalizzata dall'esterno; 3) disinformazione e propaganda incessante che prepara un sostegno all'azione non criticamente fondato; 4) azione militare. Ad oggi, per ciò che concerne l'Iran manca solo la quarta fase.

Questo rende esplicito il fatto che se nei primi tempi della Rivoluzione il motto "né Occidente, né Oriente, Repubblica Islamica!" poteva avere un suo valore e fascino, in questo preciso momento storico l'Iran non può sopravvivere senza un'aperta cooperazione con l'Oriente inteso non più come il "blocco socialista" ma come spazio eurasiatico rivolto allo sviluppo di un sistema multipolare (Cina, Russia, India e Pakistan, soprattutto), cercando anche di accelerare il processo di de-dollarizzazione dell'economia globale. Sono fondamentali in questo senso gli accordi di cooperazione strategica con Russia e Cina, l'ingresso in organizzazioni internazionali come la Shanghai Cooperation Organization e la struttura BRICS (fortemente ricercate dall'amministrazione Raisi). E fondamentale sarebbe la costruzione di una reale alleanza militare con i vicini: Pakistan, Turchia ed anche Arabia Saudita, nonostante le frizioni del passato.

Tuttavia, rimane una corrente politica (anche importante) all'interno delle istituzione favorevole, al contrario, ad una maggiore apertura verso Occidente; quella che nei primi anni '2000 aveva pensato ad una "grande patto" con gli Stati Uniti d'America (da non dimenticare che l'Iran fu il primo Paese musulmano a mostrare cordoglio a Washington dopo gli attentati dell'11 settembre 2001) per dirimere le controversie e trovare un appeasement regionale. Ed è la stessa corrente che ha spinto per l'accordo sul nucleare del 2015, successivamente stracciato da Donald J. Trump, e per una nuova fase di negoziati bruscamente interrotti dall'aggressione israeliana del giugno 2025.

Sul piano della sicurezza interna, inoltre, l'Iran deve affrontare anche il grave problema delle infiltrazioni e della presenza di gruppi terroristici all'interno dei propri confini che spesso agiscono in modo coordinato con le agenzie di intelligence israeliane e nordamericane. Un caso particolare, in questo senso, è rappresentato dal MeK: i mujahedin-e khalq (o guerrieri del popolo). La storia di questo movimento merita l'apertura di una breve parentesi.

Nato intorno alla metà degli anni '60 del secolo scorso su basi ideologiche che mischiavano elementi marxisti con alcuni aspetti propri dell'Islam sciita (i membri erano invitati a vivere in collettivi ed a studiare i modelli economici del socialismo reale), il MeK ha giocato un ruolo importante negli eventi rivoluzionari dimostrando una notevole capacità nell'organizzazione di azioni rapide quanto efficaci contro il potere dello Shah. Nell'istante postrivoluzionario, tuttavia, l'Imam Khomeini iniziò (non a torto in effetti) a dubitare sulle reali intenzioni di Masoud Rajavi (guida dal 1979) e del movimento stesso che, dopo l'esclusione dalla vita politica del Paese, optò per la lotta armata contro la neonata Repubblica Islamica. Dal 1981 al 1986, i vertici del MeK vissero un dorato esilio parigino nel corso del quale, dopo la creazione del già citato Consiglio Nazionale di Resistenza (in cooperazione con l'ex primo Presidente dell'Iran postrivoluzionario Abolhassan Banisadr), cercarono nuovi consensi in Occidente presentandosi come movimento laico, democratico, a favore del libero mercato, e campione della causa dell'autonomia del Kurdistan. Questo è stato solo il primo dei non pochi cambi di paradigma del gruppo. Infatti, a partire dal 1985, a seguito delle seconde nozze con Maryam Azodanlu (ex sposa di un suo stretto collaboratore), Rajavi iniziò a parlare di una nuova "rivoluzione ideologica" che avrebbe portato alla parità dei sessi all'interno del gruppo. Per fare ciò attribuì alla sua nuova sposa il ruolo di guida del MeK ponendola al suo stesso livello e paragonando il nuovo matrimonio a quello del Profeta Muhammad con Aisha. Allo stesso tempo, riservò per sé il titolo di Imam-e Hal (Imam del presente).

A seguito dell'intervento di Teheran in favore della liberazione di alcuni cittadini francesi tenuti in ostaggio in Libano, il MeK, nel 1986, venne costretto ad abbandonare la Francia per l'Iraq dove poté godere della protezione e dell'assistenza militare del regime di Saddam Hussein in cambio di servizi di traduzione e di operazioni oltre le linee in quella guerra che in Iran viene chiamata anche come "Sacra Difesa". Nel 1988, a cavallo del definitivo cessate il fuoco, Rajavi lanciò l'operazione "Luce Eterna": di fatto, un vero e proprio tentativo di invasione dell'Iran da parte dei miliziani del gruppo nella speranza di scatenare un (mai avvenuto) sommovimento popolare contro la Repubblica Islamica (una sorta di "Baia dei Porci iraniana" che la storiografia occidentale ricorda solo per le esecuzioni degli uomini fatti prigionieri dalle autorità della Repubblica Islamica, senza mai fare riferimento alle cause - pratica assai diffusa da certa propaganda, quella di invertire cause ed effetti di un determinato evento in modo da attribuirne le responsabilità al nemico del momento - come si è visto per il caso ucraino).

Di fronte al palese fallimento (il MeK perse oltre la metà dei propri membri), Rajavi, al posto di riconoscere i propri errori, non fece altro che accusare i suoi uomini di avere la mente deviata da pensieri di natura sessuale. Da quel momento in poi, infatti, si registra un nuovo sviluppo ideologico all'interno del movimento che assume sempre di più i connotati della setta pseudoreligiosa votata al culto della personalità della sua coppia guida. Ai membri (molti dei quali tenuti in cattività contro la loro stessa volontà, privati dei documenti, minacciati di pesanti ritorsioni in caso di fuga e sottoposti al lavaggio del cervello) venne imposto il celibato ed il taglio totale delle comunicazioni con la famiglia. L'amore per la propria famiglia doveva essere sostituito dall'amore per i Rajavi e dalla speranza che il futuro dell'Iran possa essere sotto il loro segno (come recitano alcuni canti del gruppo).

A ciò si aggiunga il ruolo giocato dal MeK nella soppressione delle rivolte popolari contro il regime di Saddam scoppiate dopo l'Operazione Desert Storm. Un'azione che si trasformò rapidamente in una forma di pulizia etnico-confessionale contro la comunità sciita irachena (cosa che, insieme alla partecipazione diretta alla "guerra imposta" ed all'uccisione di migliaia di cittadini iraniani, valse la perdita di quella poca credibilità rimasta al gruppo all'interno dell'Iran) e contro la minoranza curda (paradossale se si pensa che il MeK ha spesso cercato di proporsi come sostenitore della loro autonomia). Va da sé che la rivolta venne ampiamente incoraggiata da Stati Uniti e Gran Bretagna (non dall'Iran), salvo poi ritirare immediatamente il loro sostegno in modo tale che il regime di Saddam potesse fare strage degli sciiti invisi tanto ai vertici di Baghdad quanto a Washington.

Nonostante il MeK abbia sempre cercato di negare la sua partecipazione nei fatti del 1991, è rimasta celebre una frase di Masoud Rajavi: "mettete i curdi sotto i vostri carri armati e risparmiate le pallottole per le Guardie Rivoluzionarie".

Di fatto, il MeK è rimasto fino all'ultimo fedele a Saddam Hussein, con tanto di breve inserimento all'interno della lista internazionale delle organizzazioni terroristiche fino al suo trasferimento in Albania (sebbene, come affermato in un interessante documento della Rand Corp, Think Tank vicino al Pentagono, non sia mai stato trattato realmente come tale). Dalla seconda aggressione occidentale all'Iraq, inoltre, non si hanno più notizie di Masoud Rajavi - sotto una forma di occultamento che ricorda parodisticamente quello dell'ultimo Imam dello sciismo imamita - che ha lasciato alla moglie il ruolo di volto pubblico del Consiglio Nazionale di Resistenza. Da non tralasciare, infine, il fatto che la stessa Repubblica Islamica, dopo l'attacco all'Iraq, propose agli Stati Uniti uno scambio di prigionieri: membri del MeK detenuti nelle prigioni della coalizione in Iraq in cambio di membri di al-Qaeda detenuti in Iran. Gli Stati Uniti rifiutarono avanzando dubbi sul rispetto dei diritti umani nelle carceri iraniane (cosa ancora una volta paradossale se si considerano i casi di tortura a Guantanamo o ad Abu Ghraib). In realtà, lo fecero sapendo che i membri del MeK (come effettivamente avvenuto) sarebbero tornati utili per operazioni oltre il confine iraniano (assassinii mirati di scienziati e ufficiali, ad esempio).

Questo excursus è servito in primo luogo a dimostrare come un movimento che gode di assai poca stima all'interno dei confini della Repubblica Islamica venga presentato in Occidente come alternativa credibile ad essa (lo stesso discorso vale per l'erede dello Shah, Reza Ciro Pahlavi). Lo scarso successo popolare (buona parte dei membri odierni sono reclutati tra l'immigrazione iraniana con promesse di asilo politico e occupazione in Occidente), infatti, si accompagna ad un notevole successo politico ed economico ottenuto con audaci operazioni di promozione della propria immagine nei centri di potere occidentale, con la frode manifesta (presentandosi sotto la veste di diverse associazioni rivolte alla difesa dei diritti umani in Iran) ed attraverso la costruzione di un vero e proprio impero finanziario ed immobiliare (pacchetti azionari, finanziamento illecito di Partiti, proprietà di case da gioco ed alberghi).

Dunque, non sorprende più di tanto il fatto che, già nel 2016, Giulio Terzi (importante riferimento per la politica estera del principale Partito di governo in Italia, quel "Fratelli d'Italia" che ha presentato addirittura una mozione al parlamento europeo per inserire le Guardie Rivoluzionarie iraniane nella lista UE delle organizzazioni terroristiche) abbia affermato in un articolo pubblicato sul sito informatico politico.eu: "There is another government waiting in the wings, prepared to shape a future for Iran that is based on declared principles of secularism, democracy and gender equality as it has been articulated by President of the National Council of Resistance of Iran, Maryam Rajavi". E che nel dicembre del 2022 abbia parlato nuovamente di "cambio di regime" in Iran.

Si è parlato di un "grande patto" tra Iran e Stati Uniti che i vertici politici della Repubblica Islamica (sotto la presidenza Khatami) pensavano di portare a compimento per ridurre le tensioni tra i due Paesi. Ad onor del vero, l'attacco all'Afghanistan nel 2001 e la seconda aggressione degli Stati Uniti all'Iraq (2003), di fatto, eliminarono due tra i principali rivali regionali della Repubblica Islamica: il regime talebano a Kabul (con cui l'Iran ebbe non poche frizioni collegate alla persecuzione della componente etnica hazara, musulmana sciita) e quello di Saddam a Baghdad (con la possibilità, finalmente, di poter direttamente influenzare l'ampia popolazione sciita irachena, a lungo esclusa dai gangli del potere).

Dunque, non è incorretto affermare che le azioni dell'amministrazione Bush Jr. abbiamo in qualche modo favorito la strategia geopolitica dell'Iran di acquisizione di quote egemoniche in quello che in altre occasioni è stato definito come l'heartland mediorientale: l'arco settentrionale del Golfo Persico con il suo entroterra (regione ricca di riserve petrolifere ed a maggioranza sciita). Senza considerare che il rifiuto (da parte israeliana) di restituire le alture del Golan alla Siria, dopo una prima fase di avvicinamento della stessa all'Occidente, ha riportato Damasco vicino all'Iran (con conseguente sconfitta di Tel Aviv nella "guerra dei 33 giorni" con Hezbollah in Libano). Paradossalmente anche le "primavere arabe", con i loro nefasti effetti, hanno consentito all'Iran di espandere ulteriormente la sua aree di influenza grazie all'opposizione armata al fenomeno terroristico del sedicente Stato islamico o alla partecipazione attiva nel conflitto siriano. Qui, grazie alla costruzione di una rete di alleanze informali basate sia su un approccio socio-costruttivista (fratellanza etnico-religiosa) che realista (creazione della suddette linee di difesa per il "santuario", rappresentato dalla Repubblica Islamica, secondo la dottrina del già citato Qassem Soleimani), l'Iran è riuscito a dare vita ad uno schema geopolitico capace di mettere in difficoltà l'egemonia statunitense nella regione ed a minare gli interessi israeliani di lungo periodo.

C'è chi ha definito tale strategia come una forma di imperialismo neosafavide. Tuttavia, anche alla luce della teorie sull'imperialismo di Hobson e Lenin, questo approccio sembra piuttosto fuorviante. L'imperialismo, infatti, si presenta come un sistema per dare sollievo all'estero alla classe economicamente più ricca. Questo [l'imperialismo], facendo riferimento proprio alle teorie di John A. Hobson, implica l'uso della macchina militare statale da parte di interessi privati in modo da assicurarsi profitti economici all'infuori del proprio Paese. Per tale motivo, tendenzialmente, l'imperialismo porta allo Stato vantaggi concreti ridotti a fronte di vantaggi privati enormi. In riferimento alla Repubblica Islamica, invece, è vero il contrario. Le azioni dei pasdaran all'estero, storicamente, sono sempre state incentrate al consolidamento della forza statale (soprattutto la sua capacità deterrenza nei confronti dei rivali regionali) e mai al mero arricchimento di soggetti privati. Di fatto, la stessa spesa in sostegno delle milizie vicine a Teheran, dalla Palestina allo Yemen, ha spesso rappresentato una criticità per la Repubblica Islamica. Un problema che è stato talvolta evidenziato nelle manifestazioni di protesta che periodicamente si svolgono nella strade iraniane contro il carovita, gli sprechi, la corruzione e così via.

Detto ciò, proprio con l'assassinio di Qassem Soleimani nel 2020 (prima amministrazione Trump) è iniziata una sorta di "controffensiva occidentale" nella regione volta a ridurre l'influenza dell'Iran e soprattutto a penetrare le sue linee di difesa. In questo senso devono essere letti il massacro di Gaza, una nuova fase di conflitto contro Hezbollah, il successo del conglomerato terroristico guidato da Ahmad al-Shaara in Siria (con il taglio dei rifornimenti terrestri verso Hezbollah) e la progressiva costruzione del cosiddetto "corridoio di David" (che, in linea teorica, dovrebbe spingere l'influenza israeliana fino ai confini iraniani utilizzando milizie locali compiacenti).

Una controffensiva che, di fatto, ha consentito ad Israele ed USA di intensificare attacchi e pressione nei confronti dell'Iran fino ad arrivare alla "guerra dei 12 giorni" ed all'attuale situazione di guerra ibrida. A questo proposito, tra l'altro, è opportuno riportare che non è la prima volta che l'Iran affronta simili manifestazioni di protesta interna. Già nel 2009, un'ondata di protesta nota come "movimento verde" affollò le strade delle città iraniane a seguito della sconfitta riformista nelle elezioni presidenziali, con conseguente secondo mandato di Mahmoud Ahmadinejad (che aveva mostrato notevole ostilità nei confronti dell'Occidente). Altri episodi meritevoli di menzione sono quelli del 2019 e del 2022. In riferimento a quest'ultimo, l'analista Aldo Braccio ha scritto sul sito informatico di "Eurasia. Rivista di studi geopolitici": "La morte della giovane Mahsa Amini - avvenuta in circostanze tuttora non chiare - ha costituito l'"occasione perfetta"per innescare un attacco su larga scala contro la Repubblica Islamica dell'Iran. Un attacco quanto mai ipocrita e pretestuoso, che ha dato il via a una serie di manifestazioni - non molto partecipate, per la verità, ma sapientemente riprese e amplificate dai media occidentali, che le hanno artatamente confuse con altre, legittime rivendicazioni di carattere economico - e di vere e proprie aggressioni e atti di guerriglia urbana, con morti e feriti tra i civili coinvolti e gli agenti dell'ordine. [...] Dicevamo di occasione perfetta del caso Amini: infatti oltre che donna, giovane e senza velo, la stessa era curda, e ciò ha immediatamente favorito la simpatia di una parte dell'opinione pubblica occidentale. Tale simpatia indotta corrisponde in realtà a un preciso e importante ruolo affidato dagli atlantisti ai Curdi: contribuire in nome del separatismo curdo alla balcanizzazione del Vicino Oriente, attaccando la sovranità di ben quattro Stati: Iran, Iraq, Turchia e Siria. Gli Iraniani conoscono perfettamente tale strategia, che si muove parallela alle accuse sui"diritti umani"e alla non conformità agli"standard occidentali". Essa è da anni presente particolarmente nelle analisi e negli studi del Center for Strategic and International Studies, il pensatoio nato nel 1962 attraverso il quale intellettuali decisivi come Kissinger e Brzezinski hanno indirizzato la politica estera statunitense; pensatoio la cui presidenza è oggi affidata a Thomas Pritzker, miliardario ed erede di un'illustre famiglia ebreo-ucraina. In particolare nel 2019 il CSIS ha insistito nel caldeggiare l'utilizzazione dei Curdi iraniani in funzione anti-Repubblica islamica, per spezzare la continuità territoriale e ideale fra Teheran e i suoi alleati, incluso Hezbollah. [...] Venendo ai giorni nostri, l'agenzia iraniana Tasnim ha denunciato la presenza di gruppi armati e di enormi carichi di armi consegnati ai Curdi iraniani nei centri prossimi al confine con l'Iran; i guerriglieri dipenderebbero dalle organizzazioni Komala e PDK, le cui basi nell'Iraq settentrionale sono state di conseguenza colpite nei giorni scorsi dalle forze di terra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche con l'obiettivo di garantire una sicurezza duratura; e non solo alle frontiere, ma, considerato il massiccio coinvolgimento occidentale tramite le organizzazioni terroristiche, anche all'interno dei confini nazionali".

Anche oggi la strategia occidentale non è diversa. Infatti, ad una prima fase di proteste e manifestazioni più o meno spontanee e legate principalmente al dato economico (dove sono scesi in piazza anche settori tradizionalmente conservatori della società iraniana, come la piccola borghesia mercantile), ha fatto da contraltare una seconda fase di aperta rivolta, con minore partecipazione popolare da un lato, ma con un aumento cospicuo in termini di intensità e violenza (con veri e propri atti di vandalismo e terrorismo), dall'altro. Nel momento in cui si scrive è difficile valutare il dato delle vittime tra rivoltosi e forze di sicurezza. Ciò che è evidente, come riconosciuto dallo stesso Mossad, è l'infiltrazione tra i primi di mercenari ed elementi vicini all'intelligence israeliana. Ed è altrettanto difficile pensare che quanto avvenuto non avrà un seguito, sia esso un attacco diretto contro l'Iran o una prosecuzione della condizione di guerra ibrida per indebolirlo ulteriormente dall'interno. Di sicuro, la Repubblica Islamica necessita di una programma di riforme che riduca le contraddizioni interne alla sua società (ad esempio, all'alto volume di donne laureate non corrisponde il loro inserimento negli ambienti lavorativi) ed apra la sua economia al commercio interno allo spazio eurasiatico senza, ovviamente, rinunciare al controllo sulla sua industria strategica ed alla sua sovranità culturale.

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