
Giulio Chinappi
Dopo il martirio di ʿAlī Khāmeneī, il blocco imperialista-sionista continua a colpire la Repubblica Islamica con la pratica terroristica degli omicidi mirati. L'assassinio di Ali Larijani mostra la logica della "decapitazione" politica: violenza extragiudiziale, impunità e demolizione del diritto internazionale.
L'omicidio mirato è una delle pratiche più gravi e destabilizzanti dell'arsenale contemporaneo della guerra ibrida. Non si tratta di un normale atto bellico tra forze armate sul campo, né di un'azione di polizia soggetta a garanzie giudiziarie. È, nella sua essenza, l'uccisione deliberata e pianificata di persone individuate come "bersagli" politici o militari, spesso al di fuori di un chiaro contesto di ostilità immediata, e quasi sempre senza alcuna forma di processo o accertamento legale. È la sostituzione del diritto con la lista degli obiettivi, della giustizia con la tecnologia, della sovranità con la "caccia" transnazionale. Ed è proprio questo che rende l'omicidio mirato una pratica terroristica: perché mira non soltanto a eliminare un individuo, ma a intimidire un intero corpo politico, a produrre panico e disorientamento, a spezzare la continuità istituzionale di uno Stato sovrano.
Dopo il brutale assassinio di ʿAlī Khāmeneī nel quadro dell'aggressione congiunta USA-Israele contro l'Iran, la logica della "decapitazione" non si è arrestata. Al contrario, si è consolidata come metodo: colpire figure di vertice per alimentare l'idea che nessuna istituzione sia al sicuro, che ogni funzione possa essere interrotta, che la sopravvivenza dello Stato dipenda dal permesso del più forte. L'ultima vittima di questa catena di crimini è stata Ali Larijani, figura centrale dell'apparato politico e di sicurezza iraniano, ucciso in un raid attribuito a Israele o a un'azione congiunta USA-Israele nei pressi di Teheran.
Il punto decisivo, però, non è soltanto chi è stato ucciso, né la cronaca del singolo attacco, bensì il principio che viene infranto e l'ordine internazionale che viene corroso. La Carta delle Nazioni Unite, nel suo nucleo più elementare, stabilisce che tutti gli Stati devono astenersi "dalla minaccia o dall'uso della forza" contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato. Quando un Paese si arroga il diritto di colpire, dentro il territorio altrui, figure apicali dello Stato bersaglio, non sta semplicemente compiendo un'operazione militare: sta violando quel divieto, riducendo la sovranità a una variabile negoziabile e sostituendo l'ordine giuridico con la logica dell'impunità.
Non meno rilevante è la dimensione dei diritti umani. L'OHCHR (Segretariato del Consiglio Diritti Umani e dei Comitati) ricorda che le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie sono l'uccisione deliberata di individui al di fuori di qualsiasi quadro legale e costituiscono una violazione del diritto alla vita. In ambito ONU, il tema degli omicidi mirati è stato affrontato in modo specifico già da tempo: uno studio del Relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, Philip Alston, ha analizzato la pratica dei "targeted killings" evidenziandone i profili di illegalità e i gravi rischi di abuso quando gli Stati pretendono di estendere, senza limiti, l'uso letale della forza al di fuori di contesti strettamente regolati. La conclusione politica, prima ancora che giuridica, è evidente: quando la vita viene amministrata per decreto operativo e non per accertamento legale, la civilizzazione del conflitto regredisce e la guerra torna a essere arbitrio.
In questo contesto di continue violazioni di tali principi da parte delle forze imperialiste e sioniste, l'assassinio di Ali Larijani rappresenta solamente come l'ultimo esecrabile atto terroristico compiuto ai danni dell'Iran, dimostrando come la pratica dell'omicidio mirato sia diventata strumento strutturale dell'aggressione, non un incidente.
Ma chi era Larijani sul piano politico ? La sua biografia mostra una traiettoria tipica delle élite che hanno attraversato quarant'anni di Repubblica Islamica, ma con una peculiarità decisiva: la capacità di muoversi tra sicurezza, istituzioni e diplomazia. Negli ultimi quattro decenni, Larijani ha ricoperto incarichi di altissimo profilo, inclusi ruoli nell'IRGC (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) durante la guerra Iran-Iraq, la guida dell'emittente di Stato, l'incarico di ministro della Cultura, la presidenza del Parlamento dal 2008 al 2020 e il ruolo di negoziatore nucleare nei primi anni Duemila. Al Jazeera lo descrive come un ponte tra apparato di sicurezza, sfera militare e establishment politico, uno di quei nodi che consentono al sistema di mantenere continuità anche in fasi di shock.
La sua attività nel dossier nucleare è particolarmente significativa per capire perché l'omicidio mirato sia, in sostanza, una guerra al diritto. Larijani è stato associato tanto alla linea della fermezza quanto alla gestione pragmatica del negoziato, ed ha avuto un ruolo importante anche nella fase che portò all'accordo del 2015, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), sostenendone l'approvazione parlamentare. In altre parole, la sua figura incarnava quella miscela di sovranità e diplomazia che l'Occidente dice di voler premiare ma che, nella pratica, viene continuamente sabotata quando non porta a una capitolazione unilaterale. In questo senso, l'omicidio mirato non serve ad eliminare un "pericolo imminente", formula spesso utilizzata dalle leadership di Washington e Tel Aviv, ma a distruggere la possibilità stessa che un ordine internazionale regolato possa funzionare.
Accanto alla dimensione politica, c'è un profilo meno discusso ma fondamentale: Larijani come filosofo. Laureato in matematica e informatica, Larijani ha poi poi ottenuto master e dottorato in filosofia occidentale all'Università di Teheran, con una tesi su Immanuel Kant, dedicandosi, successivamente, alla scrittura di libri dedicati proprio al filosofo tedesco. Questo serve a ricordarci che, nel cuore dell'apparato iraniano, operavano figure capaci di collegare il discorso teorico con la pratica di governo, e che l'aggressione colpisce non soltanto "comandanti", ma anche intellettuali organici dello Stato, cioè soggetti in grado di elaborare visioni e legittimazioni politiche.
Il paradosso, drammatico, è che una parte dell'Occidente si presenta come custode dell'ordine liberale, mentre tollera o sostiene la normalizzazione dell'omicidio mirato come strumento di politica estera. Ma il diritto internazionale non è una retorica, è un vincolo. Se si accetta che uno Stato possa eliminare dirigenti di un altro Stato per via militare, al di fuori di un quadro legale condiviso, si apre una stagione di anarchia armata in cui ogni potenza rivendicherà la stessa licenza. La conseguenza è un mondo più instabile, più violento, più vicino alla guerra permanente.
Per questo, riteniamo che la condanna debba essere netta e senza ambiguità. Gli omicidi mirati sono una forma di terrorismo di Stato perché mirano a terrorizzare e disarticolare, perché colpiscono la continuità politica e la capacità di un Paese di governarsi, perché trasformano l'eliminazione fisica in linguaggio diplomatico. E sono anche un attacco frontale al diritto internazionale: perché violano la sovranità, perché riducono il diritto alla vita a una variabile operativa, perché alimentano l'impunità.
La morte di Ali Larijani, dopo il martirio di ʿAlī Khāmeneī, mostra che il blocco imperialista-sionista non cerca la "de-escalation" ma il dominio; non cerca la stabilità, ma la subordinazione. Le istituzioni iraniane rivendicano di poter continuare a funzionare nonostante la strategia della decapitazione, ma ciò non attenua la gravità del crimine: la normalizzazione dell'omicidio mirato sta demolendo le basi minime della convivenza internazionale. Ecco perché difendere l'Iran, in questa fase, significa anche difendere il principio universale secondo il quale nessun popolo, nessuno Stato, nessuna società deve accettare che la politica globale si trasformi in una serie di esecuzioni extragiudiziali decise da potenze che si autoassolvono.